martedì 6 aprile 2010
lunedì 5 aprile 2010
E’ necessario ricordare che, in anzi tutto, le 19 – fin’ora – fatiche di Berlusconi hanno inizio con la legislazione del 2001, in quanto il suo primo governo, nel ’94, all’indomani della fine della Prima Repubblica, durò solo pochi mesi e non gli permise di attuare le sue idee, ma, negli anni susseguenti, la sinistra gli darà una mano. Ma di questo ne parleremo alla fine.
Cominciamo:
1) Legge n. 367/2001. Rogatorie internazionali. “Ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra Italia e Svizzera che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola l’applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998, nonché conseguenti modifiche al codice penale ed al codice di procedura penale” In poche parole limita l’utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria. In questo modo, Berlusconi riesce a coprire i movimenti illeciti sui conti svizzeri fatti da Previti e Squillante. Tali movimenti sono al centro del processo “Sme-Ariosto 1”, che vede imputato Berlusconi, con Previti e Squillante, per aver corrotto i giudici durante le operazioni per l’acquisto della Sme. Grazie a questa legge Berlusconi viene prosciolto per intervenuta prescrizione del reato e assolto per insussistenza del reato di corruzione ai fini della mancata vendita della Sme.
2) Legge n. 383/2001 (cosiddetta “Tremonti bis”).“Primi interventi per il rilancio dell’economia.” Abolizione dell’imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni. (compreso quello di Berlusconi)
3) Legge n.61/2001 (Riforma del diritto societario). Forse una delle più famose la più famosa. Porta alla depenalizzazione del falso in bilancio, che consente a Berlusconi di essere assolto nel processo “All Iberian 2” e “Sme-Ariosto 2” poichè, grazie al decreto, “il fatto non è più previsto dalla legge come reato.”
4) Legge 248/2002 (cosiddetta “legge Cirami sul legittimo sospetto”). In soldoni, introduce la possibilità del “legittimo sospetto” nei confronti del giudice che ti è davanti. Se tu lo ritieni sospettabile, ad esempio, di volerti condannare ad ogni costo, e che quindi non sia credibile, puoi chiedere di rimettere il processo ad un altro giudice. Questo ha fatto Berlusconi e Previti in quasi ogni suo processo. E lo puoi fare finchè non trovi il giudice simpatico che ti assolve. Ovviamente non è sempre concessa.
5) Decreto legge n. 282/2002 (cosiddetto “decreto salva-calcio”). Concessione alle società sportive della possibilità di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali (la norma trova applicazione anche al Milan A.C.).
6) Legge n. 289/2002 (Legge finanziaria 2003). Condono fiscale. Ribattezzato condono “tombale” il Cavaliere ne beneficia con tutte le società legate a Mediaset.
7) Legge n.140/2003 (cosiddetto “Lodo Schifani”). E’ il primo vero tentativo di immunizzare Berlusconi, in quanto Presidente del Consiglio, dai processi in corso. Prevede il blocco di tutti i procedimenti giudiziari a carico delle 5 più alte cariche dello stato. Legge giudicata incostituzionale dalla Consulta.
8) Decreto-legge n.352/2003 (cosiddetto “Decreto-salva Rete 4″). Semplicemente legittima la messa in onda di Rete 4 in analogico. Ricordo, comunque, che, in seguito ad una condanna della Corte Europea nei confronti dello stato, Rete 4 ci costa circa 130 milioni l’anno, questa è la sanzione, in quanto l’assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta la libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi.
9) Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004). Legge 311/2004 (Finanziaria 2005). Venne introdotto un incentivo sull’acquisto di decoder. Di tale incentivo ne potè beneficiare soprattutto la società Solari, principale distributrice di decoder digitali in Italia. Questa società è controllata al 51% da Paolo e Alessia Berlusconi
10) Legge 112/2004 (cosiddetta “Legge Gasparri”). “Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI – Radiotelevisione italiana S.p.A., nonché delega al Governo per l’emanazione del testo unico della radiotelevisione”.
11) Legge n.308/2004. Estensione del condono edilizio alle aree protette. Guarda caso, le aree di Villa Certosa di proprietà Berlusconi, da quel momento, potranno utilizzare il condono edilizio.
12) Legge n. 251/2005 (cosiddetta “ex Cirielli”). Anche questa legge è molto famosa. Riduce drasticamente i termini di prescrizione. Fissa tali termini di un reato al massimo della pena imponibile, se superiore ai sei anni: oltre quel periodo di tempo, il reato contestato sarà considerato estinto. Questa consente l’estinzione per prescrizione nei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi “Lodo Mondadori”, “Lentini”, “Diritti tv Mediaset”.
13) Decreto legislativo n. 252 del 2005 (Testo unico della previdenza complementare). Nella scia della riforma della previdenza complementare, si inseriscono norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi.
14) Legge 46/2006 (cosiddetta “legge Pecorella”). Leggina che sta molto a cuore al Presidente del Consiglio, che oggi vorrebbe riproporre. Questa legge legittimava l’inappellabilità da parte del pm in caso di assoluzione. Della serie, se gli è sfuggito qualcosa in primo grado e ti assolvono, la fai franca senza problemi. Per fortuna, tale legge, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte.
15) Legge n.124/2008 (cosiddetto “lodo Alfano”). E’ la legge gemella del “Lodo Schifani” sopra citato. La differenzia il fatto che, in questo caso, a beneficiare dell’immunità sono solo le quattro più alte cariche dello stato e non più cinque. Legge giudicata incostituzionale lo scorso 7 Ottobre.
16) Decreto legge n. 185/2008. Aumentata dal 10 al 20 per cento l’IVA sulla pay tv “Sky Italia”. Questa, unica competitrice privata di Mediaset.
17) Aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azione proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
18) Disegno di legge sul “processo breve”. Prevede dei tempi ben precisi entro i quali i giudici devono arrivare a sentenza. In caso contrario il processo si chiude. Per salvare Berlusconi, al contrario di tutte le altre leggi, questa è retroattiva per i reati imputati a partire dal Marzo 2006. I processi di Silvio partono alcuni mesi dopo. I detti processi sono “Il processo Mills” e il processo “Diritti tv Mediaset”.
19) Legittimo impedimento. Prevede lo stop per 18 mesi dei processi per le alte cariche dello stato, previa “giustificazione” di impedimento da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In pratica, ogni scusa è buona basta che si porti la giustificazione come a scuola.
Ma non pensate mica che sia finita vero? No perchè Berlusconi, nonostante non fosse ancora in politica, riuscì a farsi fare non una, non due, non tre ma ben 4 leggine per le sue televisioni. I cosiddetti “Decreti Berlusconi 1/bis/ter”. Leggi scritte tra l’84 e l’85 da – indovinate chi?? – Bettino Craxi. Sì, perchè le tre tv di Silvio – Italia 1, Canale 5 e Rete 4 – erano state bloccate perchè violavano il monopolio stabilito dalla Corte Costituzionale della sola emittente nazionale, la RAI. Secondo la Consulta, le tv private potevano trasmettere solo ad emittenti locali e non a livello nazionale, cosa che aveva già fatto Berlusconi. Per salvarlo dal baratro Craxi fece disegnare questa legge su misura che, se la prima fu respinta per incostituzionalità, la seconda prese il volo grazie ad un voto di fiducia che premise la trasmissione delle tre reti per 6 mesi, in attesa di “legge generale sul sistema radiotelevisivo” . Visto che la legge arrivò più tardi del previsto, venne varato il “Berlusconi Ter”, che prolungò la messa in onda fino a fine dell’85.
Ed ora parliamo proprio delle “legge generale sul sistema radiotelevisivo”, più famosa col nome Legge Mammì. In soldoni decretò legale la diffusione delle tv di Berlusconi su scala nazionale, al contrario di quanto consentito dalla Corte Costituzionale nella situazione sopra citata.
Ed ora come non citare il carissimo Max. Il D’Alemone d’Italia. Fu proprio per un accordo fra D’Alema e Berlusconi, questo secondo Repubblica e l’Espresso, che venne varata una legge, la Legge 22 luglio 1999, n. 234, che prevedeva l’incompatibilità tra Gip e Gup. Questo mise in serio pericolo l’avvio del processi Imi-Sir, con imputati, guarda caso, Berlusconi e Previti. Quest’ultimo condannato a 6 anni di carcere.
Che dire… è una ricostruzione un pò lunga. Ma è solo una parte. Ce ne sono ancora molte che saranno decretate. Lodo Alnano costituzionale, immunità parlamentare. Aspettiamo fiduciosi. Vedrete che questa lista la aggiorneremo prima di quanto immaginiate.
Fonti: Repubblica, Wikipedia, Italgiure.giustizia.it, Camera.it
giovedì 1 aprile 2010
“Siamo vittime di una rappresaglia”, aveva detto la giornalista al quotidiano. E il direttore le invia una contestazione formale indirizzata anche all’azienda. Contestando la mancata richiesta di autorizzazione e i dati di ascolto della testata
Le acque al Tg1 cominciano a farsi agitate assai. Una lettera di contestazione formale è stata mandata alla conduttrice Maria Luisa Busi per la sua intervista di oggi sul quotidiano ‘la Repubblica’. Ad inviargliela – secondo quanto si apprende – il direttore del TG1 Augusto Minzolini. La lettera è stata indirizzata, per conoscenza, anche al direttore delle risorse umane dell’azienda Luciano Flussi. Nella lettera – sempre a quanto si apprende dall’Ansa – Minzolini contesterebbe alla giornalista della sua testata la mancata richiesta di autorizzazione per l’intervista di oggi, i dati degli ascolti del Tg1 forniti dalla Busi e rileverebbe l’ingiustizia nei confronti di altri colleghi che invece, l’autorizzazione, l’avrebbero chiesta anche per la semplice presentazione di un libro.
“RAP-RAPPRESAGLIA! – La Busi con Repubblica aveva parlato dopo la rimozione di tre conduttori che non avevano sottoscritto una lettera di solidarietà al direttore dopo le critiche arrivate, effettuata da Minzolini per “ringiovanire” il telegiornale, come da lui stesso spiegato. “Credo non sia affatto casuale. Credo si tratti di una rappresaglia. Una rappresaglia che prima dei colleghi, volti storici e professionisti liberi di questo giornale, ha colpito Massimo De Strobel, caporedattore centrale, uomo chiave della storica macchina del Tgi. Anche lui non firmatario di quella lettera, guarda caso. Anche lui rimosso senza una alternativa professionale credibile. Il clima? Il clima in redazione è insostenibile, in 21 anni ho visto altri direttori riconducibili all’area culturale del centrodestra (Vespa, Rossella, Minun), nessuno aveva mai osato tanto“, aveva detto la Busi. C’è chi dice che il Tg1 è schierato, aveva chiesto Palestini: “Mi chiedo come si possa dire il contrario. È sotto gli occhi di tutti, di milioni di spettatori. Sempre meno, tra l’altro. Abbiamo perso pubblico siamo attestati al 26 per cento di ascolto. Incontro continuamente gente che dice, “io non vi guardo più”. La gente più disparata. Difficile credere che non dipenda da due ordini di problemi: il primo, gli editoriali. Il direttore ha diritto a farli, ma non credo debba dimenticare che si tratta del primo giornale del servizio pubblico. Che non si era mai schierato a questi livelli sui temi cari al governo e alla presidenza del consiglio. Il secondo, è la rappresentazione del Paese. Al tg1 non si parla più della vita reale, dei problemi dei cittadini, di chi ha perso il lavoro, di chi non ce la fa, dei cassintegrati, dei precari della scuola“.
FNSI E CAPEZZONE - Protesta la Federazione nazionale della Stampa che sottolinea:« nell’espressione delle idee nessun giornalista deve chiedere il permesso». Spiega la Fnsi che i «poteri del Direttore in materia non possono mai essere messi in conflitto con le prerogative e i diritti derivanti da ruoli e qualifiche professionali maturati. Sono cose che succedono oggi al Tg1 e che non appaiono affatto normali. Ciò è ormai risaputo e non è liquidabile con battute». Ma la nuova polemica interna arriva alla fine di una giornata di dibattito politico sul tema. Per il portavoce del Pdl Daniele Capezzone «gli attacchi contro Augusto Minzolini sono ormai sempre più infondati e sempre più faziosi». A suo avviso «è paradossale che vi siano torme di soggetti che, senza averne alcun titolo, pretenderebbero di stabilire al posto del direttore del Tg1 chi debba svolgere l’una o l’altra funzione all’interno della compagine redazionale – aggiunge Capezzone -. Questa campagna contro Augusto Minzolini è ormai logora, mostra la corda, oltre ad essere sconfessata dai successi di ascolto del Tg1». Mentre dall’Idv, il senatore Francesco Pancho Pardi, viene la «piena solidarietà a chi, nella redazione del Tg1 e nella Rai in generale, non si piega alle pressioni che arrivano direttamente da Berlusconi e resiste nonostante le vergognose epurazioni in corso».
mercoledì 31 marzo 2010
| Napolitano non firma ddl lavoro, testo torna al Parlamento |
| La CGIL ha criticato il testo di legge duramente - anche attraverso lo sciopero generale del 12 marzo - per l’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. » Leggi il comunicato di Guglielmo Epifani » Le tappe del ‘collegato lavoro’ dal via libera al Senato alla bocciatura di oggi di Napolitano » Il testo integrale del messaggio del Presidente Napolitano alle Camere |
| Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rinviato al Parlamento il ddl lavoro, il testo di legge duramente criticato dalla CGIL - anche attraverso lo sciopero generale del 12 marzo - per le norme, in esso contenute, e che porterebbero tra l’altro all’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. In una nota il Quirinale chiede alle Camere, a norma dell'articolo 74 della Costituzione, una nuova deliberazione sul provvedimento. “Il Capo dello Stato - motiva la nota - è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale”. Napolitano ha perciò ritenuto “opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale”. Il presidente della Repubblica, quindi, pur in un apprezzabile quadro riformatore benché estremamente eterogeneo, chiede che le Camere individuino “precise garanzie” e un equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale “più chiaro e definito”. Il Segretario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, esprime a nome dell’intera organizzazione sindacale “soddisfazione e apprezzamento per la decisione del Quirinale” e critica l’avviso comune su arbitrato e conciliazione firmato dalle parti, esclusa la CGIL . Per Epifani le motivazioni che hanno spinto il Colle a non firmare la legge sono le stesse espresse dalla CGIL. “E’ una decisione - prosegue il Segretario Generale - che conferma le considerazioni della CGIL sugli aspetti critici del provvedimento. E’ di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione comune su una legge - conclude Epifani - nemmeno ancora promulgata né pubblicata sulla Gazzetta ufficiale”. La CGIL non solo oppone da tempo una forte critica al 'ddl lavoro', ma vuole proporsi come luogo di discussione con studiosi magistrati avvocati e forze politiche. A questo proposito è stato organizzato per il 23 aprile il convegno su 'Crisi e riforma della giustizia del lavoro'. |
giovedì 25 marzo 2010
Dinanzi a tutto ciò, dinanzi a quella piazza, lei crede veramente che Paolo Borsellino si sarebbe trovato a suo agio? Lei crede veramente che un giudice come lui avrebbe rinunciato a uno strumento fondamentale per la lotta alla mafia come lo è quello delle intercettazioni? Con tutta onestà, pensa sul serio che un grande uomo delle istituzioni come fu Borsellino avrebbe assistito in silenzio alle continue delegittimazioni della magistratura da parte della politica? Noi siamo sicuri che le risposte a queste domande siano tutte negative, così come siamo sicuri che Borsellino non si sarebbe trovato a suo agio in nessuna piazza colorata da ideologie politiche. Lui era un giudice, un servitore dello Stato. Oggi, per tutto il Paese, è un eroe, non certo un simbolo da sventolare, da usare strumentalmente. Chi lo fa, sbaglia di grosso, sia esso di sinistra o di destra. E proprio perché la figura di Borsellino, i suoi insegnamenti, appartengono a tutti, crediamo necessario che noi giovani, di qualsiasi fronte politico, cominciamo a ragionare su quei valori comuni da difendere insieme. Noi giovani rappresentiamo il futuro dell’Italia.
E se vogliamo che questo futuro sia realmente democratico, dobbiamo difendere insieme l’autonomia di un potere fondamentale per gli equilibri democratici come lo è la magistratura. Non dimentichiamoci che è merito dei giudici se oggi il Governo in cui lei siede può vantarsi di essere in prima linea nella lotta alla mafia. Non dimentichiamo che sono state proprio le intercettazioni a permettere ai giudici di infliggere quei successi contro la criminalità organizzata che, ci consenta, appartengono a tutti gli italiani onesti e non solo al Governo. Per tutte queste ragioni, avremmo preferito non vedere Paolo Borsellino raffigurato “strumentalmente” in un tarocco. Anche perché, ci consenta ancora, lo stesso Borsellino, cui in vita non mancarono gli attacchi da parte di alcuni politici, avrebbe rifiutato l’idea di essere l’unico eroe in mezzo a migliaia di “giudici malati di mente”. Oggi, ci sono tanti magistrati che fanno onestamente, con coraggio e professionalità, il loro lavoro. Lo fanno lontani da qualsiasi piazza e senza alcuna distinzione di sorta, perseguendo fedelmente quel principio per cui “la legge è uguale per tutti”. Un principio che noi giovani dovremmo difendere con forza se vogliamo realmente sperare in un futuro migliore
lunedì 22 marzo 2010
Ora ti verrà sottoposto un breve test, composto da un solo quesito, di un importanza fondamentale.
Non rispondere subito, rifletti bene sulla tua risposta, perchè questa ti permetterà di valutare la tua caratura morale.
Si tratta di una situazione tragica in cui devi decidere cosa fare.
E ricordati di dare una risposta istintiva, ma assolutamente vera.
Sei in Nord Italia, precisamente in Valtellina.
Sei nel mezzo del caos più totale dovuto a inondazioni per pioggie incredibili.
Sei un fotoreporter della CNN e ti trovi nel mezzo del disastro.
La situazione è al limite.
Sei disperato, ma nonostante ciò cerchi di scattare più foto possibili.
Intorno a te il fango porta via persone e case.
La furia della natura si abbatte con violenza inaudita.
Improvvisamente vedi un uomo che cerca di salvarsi.
E' a bordo di un fuoristrada.
Stà cercando di controllare il mezzo per non essere risucchiato dal fango e dai detriti.
Ti avvicini e ti sembra di riconoscere una persona nota, tutta imbrattata.
Lo riconosci. E' Silvio Berlusconi.
Ti rendi conto che la furia della tempesta lo stà spezzando.
Tu hai davanti due opportunità che possono cambiare la storia: salvarlo o scattare una foto ?
Salvare una vita o essere autore di una foto storica da Premio Pulitzer che mostrerà al mondo la fine di uno degli uomini più importanti del pianeta.
E allora ti domandi:
(ricordati di rispondere con sincerità)
La foto: la fai a colori o in bianco e nero ?????????
Lavoriamo più degli schiavi ai tempi dei Faraoni.
Per trent'anni. Quarant'anni, cinquant'anni.
L'età della pensione si allontana fino a coincidere con quella della morte.
Il lavoro ha, sempre più spesso, come unico obiettivo uno stipendio.
Non è importante che il lavoro sia utile, necessario per la società o per l'individuo che lo svolge.
Lo scopo di un'attività è, di solito, il denaro che se ne può ricavare.
Denaro che serve per comprare beni inutili, prodotti da altre persone che fanno altrettanti lavori inutili. Per rendere utili beni inutili, aumentare la
salivazione dei consumatori, abbiamo inventato l'industria della pubblicità.
Un inganno colossale, un'autoipnosi a fini di lucro.
C'è una perdita di senso, di scopo complessivo.
Siamo panni lavati e rilavati in una lavatrice con il programma impazzito.
L'informazione e la pubblicità, una volta separate, si sono unite, compenetrate in una forma oscena che è ovunque, che giustifica tutto. La distruzione del pianeta, la
cancellazione del tempo (nessuno ha più tempo...), la perdita di significato, la mancanza di valori al di fuori di quelli economici.
Abbiamo allungato la vita per non poterla vivere, siamo troppo occupati a produrre.
Avere, siamo drogati dall'avere, lavoriamo per avere.
Abbiamo trasformato il mondo e noi stessi in un PIL, in prodotti a scadenza.
Abbiamo tutto, ma non abbiamo più nulla.
In una società basata sulla produzione in quanto tale, a qualunque prezzo, chi perde il lavoro è una zavorra. E' fuori dai giochi. P
er sopravvivere è necessario lavorare, fare qualunque lavoro.
Il progresso è lavoro, il futuro è lavoro.
Il progresso, invece, dovrebbe essere la diminuzione del lavoro.
L'eliminazione del lavoro inutile. Lavoro per tutti, solo se utile e in modica quantità.
La dannazione del lavoro ha il suo "altro", il suo specchio, nei parassiti sociali.
Quelli che, grazie al lavoro inutile degli altri, non lavorano.
Sono dei divoratori di risorse umane e ambientali. Non hanno un lavoro vero e proprio, ma manipolano e posseggono il denaro, quantità spesso enormi di
denaro. Sono gli addetti alla leva della ruota in cui girano, inconsapevoli, i lavoratori.
La diseguaglianza sociale rende obbligatorio il lavoro inutile.
La solidarietà sociale e una equa distribuzione dei beni cancellerebbe ogni produzione fine a sé stessa e i parassiti economici..
Che senso ha avere, nello stesso Paese, l'Italia ad esempio, milioni di persone sotto la soglia di povertà, milioni di disoccupati e centinaia di migliaia
di persone ricche a dismisura?
Cosa vuol dire "vivere" nello stesso Paese per gli evasori e per i precari?
La povertà è la materia prima del consenso dei regimi.
Vanno stabilite una soglia di ricchezza e una soglia di povertà, entrambe da non superare.
Avere e non avere.
sabato 20 marzo 2010
| DDL 'Lavoro': articolo 18 sotto attacco. Legge incostituzionale |
| Epifani, con questa legge si cerca di introdurre un arbitrato forzoso che costringe i lavoratori a rinunciare a quello che la Costituzione consente loro - Leggi il testo del ddl » DDL 'Lavoro': attacco all'articolo 18, peggiore di quello del 2002 » DDL Lavoro: nessun avviso comune su arbitrato, norma incostituzionale » Commento dell'Ufficio Giuridico della CGIL sul ddl Lavoro |
| Il DDL 'Lavoro' è una norma incostituzionale. Il leader della CGIL non ha dubbi, e lo ha ricordato anche da Padova, venerdì scorso, durante lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL. “Con questa legge - spiega Epifani - si cerca di introdurre un arbitrato forzoso che costringe i lavoratori a rinunciare a quello che la Costituzione consente loro: cioè di ricorrere al giudice quando vengono violati i diritti di un contratto e i diritti di una legge. Quindi è una norma che noi combatteremo e faremo rimuovere”. Con l'arbitrato, spiega Epifani, un lavoratore “rinuncerà per tutta la sua vita lavorativa a rivolgersi ad un giudice del lavoro”, e aggiunge, “è una norma incostituzionale”. Al centro delle critiche sono, in particolare, gli articoli 30 e 31 della nuova legge, approvata definitivamente la scorsa settimana con il voto favorevole del Senato. Secondo il testo di legge il lavoratore ed il datore di lavoro potranno concordare, al momento della stipula del contratto, di ricorrere ad un arbitro in caso di controversia. Sottoscrivendo questo accordo il lavoratore, non solo non potrà più rivolgersi al giudice in futuro, ma, oltretutto, otterrà un giudizio 'secondo equità', ovvero senza il rispetto delle norme di legge, compreso l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, e dei contratti collettivi. “I datori di lavoro potranno utilizzare, su vasta scala, lo strumento offerto dalla nuova legge” ci spiega Lorenzo Fassina, dirigente dell'Ufficio Giuridico della CGIL Nazionale, in un'intervista rilasciata pochi giorni fa. Il sindacalista sottolinea come “approfittando della condizione di debolezza delle persone in cerca di lavoro”, in particolare in un periodo come questo, in cui la crisi economica ha fatto salire la disoccupazione a livelli storici per l'Italia, sarà possibile “portare gli aspiranti lavoratori davanti ad una commissione di certificazione” per fargli sottoscrivere contratti in cui sarà sancita sia “la rinuncia alla normale azione giudiziaria” che “l’affidamento ad arbitri della risoluzione delle future liti”. Sembra però che l'atteggiamento degli altri sindacati confederali, sulla questione arbitrato, vada in altra direzione. Infatti, giovedì scorso, durante un incontro al Ministero del Lavoro, convocato per discutere di 'modulazione dell’orario di lavoro', è stato proposto a sorpresa il testo di un avviso comune. Una iniziativa che, secondo Claudio Treves, coordinatore del dipartimento nazionale CGIL 'Politiche del Lavoro', presente al tavolo, si può definire una “vera e propria imboscata”. Il giudizio della CGIL sul 'DDL Lavoro', ha spiegato Treves nel corso di quella giornata, “è pessimo e si ravvisano elementi di incostituzionalità sulla norma”. Secondo il dirigente di Corso d'Italia, durante l'incontro, di Giovedì, al Ministero “ci siamo trovati di fronte a un'azione, presumo, preordinata da parte dei sindacati confederali e delle associazioni datoriali, su una norma di una recente legge peraltro non ancora comparsa sulla Gazzetta Ufficiale". La CGIL, ascoltate le proposte, ha deciso di non apporre la propria firma all'intento di avviso comune. Bisogna inoltre ricordare che, per il Sindacato di Corso Italia, la questione viene da lontano. Infatti che vi fossero delle forti critiche sul tema dell'arbitrato e circa la volontà del Governo di riformare il processo e il diritto del lavoro è cosa nota già dall'autunno 2008. All'epoca la CGIL aveva organizzato un convegno dal titolo 'La controriforma del processo e del diritto del lavoro', per poi andare avanti con molte altre iniziative fino all'appello contro il DDL 1441 quater-B 'Fermiamo la controriforma del diritto del lavoro'. Appello che ha raccolto le firme di importati giuslavoristi come Luciano Gallino, Umberto Romagnoli, Massimo Paci, Tiziano Treu e giuristi come Massimo Luciani e Andrea Proto Pisani, e sulla quale si sta ancora lavorando. |
giovedì 18 marzo 2010
IL RETROSCENA sull’esclusione delle liste PDL nel Lazio. Ecco come è andata veramente.
UNA LOTTA INTERNA TRA FORZA ITALIA E ANNiente panini acquistati un momento prima della chiusura degli uffici . Nessun giudice rosso e sovversivo che tenta di boicottare la scalata della sindacalista di ferro, e soprattutto nessuna responsabilità imputabile ad esponenti del partito dei Radicali.
A quanto sembra la colpa di tutta questa grottesca bagarre, è imputabile solo ed esclusivamente al PDL. E più precisamente ad alcune lotte interne al partito.
Vado a spiegarvi il perché.
Quello che succede prima di ogni elezione, all’interno di ogni grande partito, è una sorta di guerra nascosta a gli occhi degli elettori. Nel periodo pre-elettorale si ricalibrano gli aghi delle bilance, si consolidano le alleanze e si sciolgono le vecchie unioni.
Soprattutto nei partiti nati dalla fusione di quelli più piccoli, capita spesso che gli esponenti confluiti nella coalizione tendano a rimanere fedeli alla vecchia bandiera. Questo comporta una specie di cameratismo interno, che spesso sfocia in vere e proprie lotte intestine.
Lotte che in alcuni casi portano allo scioglimento del partito stesso, ma che la maggior parte delle volte si risolvono, accontentando ogni singola parte a suon di poltrone d’oro ed incarichi importanti, quali assessorati, sottosegretariati, posti all’europarlamento.
Il momento migliore per far valere le proprie ragioni all’interno di un partito, ed accaparrarsi quindi una candidatura, un incarico o una poltrona, è quello delle elezioni. Non importa se comunali, regionali o nazionali.
Alla vigilia di una votazione quindi, ogni personaggio che conta, tenta di piazzare tra le candidature, un suo fedelissimo, che in cambio di uno stipendio a molti zeri, avrà il compito di mantenere stabile la posizione del suo diretto superiore, ed ingrassare le fila della corrente alla quale fa riferimento.
Oltre ad appagare i vertici ed i quadri di ogni partito, spesso capita, specie nelle elezioni comunali e regionali, di dover accontentare anche la manovalanza. Ossia quei personaggi, spesso scomodi, che non compaiono a livello nazionale di fronte all’elettorato di massa, che mai vedrete in televisione in qualche talk show, ma che “dietro le quinte”, lontano dagli occhi, lavorano per spostare centinaia, a volte anche migliaia, di voti.
La maggior parte delle volte, questi individui, che gestiscono migliaia di voti, sono elementi fondamentali per il partito. Loro fanno il lavoro sporco. Girano nei quartieri, vivono in mezzo alla gente, raccolgono lamentele e fanno promesse in prima persona. Insomma fanno politica come si faceva un tempo.
Capita inoltre, specie in un partito che affonda le sue radici nella militanza cameratista, come il PDL. Che questi personaggi, non abbiano proprio un passato che si possa sbandierare ai quattro venti.
E capita, che personaggi del genere possano prenderla poco bene, se all’ultimo momento si cerca di farli fuori dalle liste elettorali.
Ed è proprio questo quello che sembra possa essere accaduto durante la presentazione delle liste per le elezioni alla regione Lazio.
Il motivo per il quale il PDL non ha consegnato nei termini di legge la documentazione sulle proprie liste, è imputabile ad una lotta interna, nella quale alcuni esponenti di spicco della corrente di Forza Italia, hanno tentato di far fuori dei candidati appartenenti alla corrente di Alleanza Nazionale.
Ma ricostruiamo i fatti.
Il presidente del XIX municipio di Roma, tale Alfredo Milioni (incaricato di presentare le liste) la mattina della consegna, riceve una telefonata nella quale gli viene ordinato di cancellare ben quattro nomi, appartenenti alla corrente di AN e sostituirli con altrettanti candidati fedeli a Forza Italia.
Un vero e proprio colpo di mano, compiuto all’ultimo momento, dai vertici Berlusconiani ai danni dei fedelissimi di Alleanza Nazionale.
Su chi abbia fatto la telefonata, non ci sono certezze, ma si vocifera si tratti di Gianni Sammarco, Deputato e vice coordinatore del PDL, nonché cognato di Cesare Previti. Ovviamente Sammarco smentisce.
Ma cosa è successo dopo che Milioni, chiusa la telefonata, si è apprestato a cancellare i quattro nomi ed a sostituirli con i nuovi più consoni candidati?
Proprio in quel momento è scoppiata una rissa. Quella famosa, che ha tenuto banco sui TG di tutto il paese. La bagarre c’è stata, e si è svolta tra Milioni, alcuni esponenti dei radicali e due personaggi misteriosi. I quali sembrano essere molto più che semplici comparse in tutta questa vicenda.
I due personaggi in questione, sembra fossero due fedeli collaboratori di Samuele Piccolo un ex di An, giovane consigliere comunale, nonché uno dei candidati PDL per il Lazio.
Probabilmente, siccome Piccolo non è uno sprovveduto, aveva mandato i due collaboratori a sincerarsi che le presentazione dei documenti procedesse senza intoppi. Ma sembrerebbe proprio che l’intoppo ci sia stato. Infatti uno dei nomi da depennare dalle liste, a favore di qualche raccomandato di Forza Italia, era proprio quello di Samuele Piccolo.
Non appena scoperto il sotterfugio, i due fedelissimi del giovane consigliere si sono prontamente attivati per bloccare la presentazione delle liste. Nella concitazione sarebbero intervenuti alcuni esponenti del partito dei radicali, presenti in tribunale, e nel frattempo i termini di legge per la consegna venivano ampiamente superati per motivi di tempo.
Sembra che il nome che doveva sostituire quello di Samuele Piccolo, fosse quello di Pietro di Paolo, consigliere comunale e marito dell On. Saltamartini.
Piccolo dal canto suo non conferma ma neppure smentisce l’episodio. E tramite le pagine del giornale “La Repubblica” afferma: “Quando ho letto che la lista del PDL sarebbe stata presentata in ritardo perché qualcuno voleva cassare il mio nome in extremis per sostituirlo con quello di chi non si sa bene di chi, sono rimasto senza parole”.
E prosegue: “mi auguro che il presidente Berlusconi, che proprio pochi giorni fa ha parlato di trasparenza e di serietà dei candidati, intervenga subito per fare piena luce su questo spiacevolissimo episodio che mina la credibilità della politica”.
Ovviamente il presidente Berlusconi, sembra non aver preso in considerazione neanche lontanamente l’ipotesi di intervenire sull’episodio. La sua strategia politica, per giustificare la mancata presentazione delle liste, resta quella del collaboratore distratto che, in preda ai morsi della fame, corre al bar per comprarsi un panino nel momento meno opportuno. E ci si può scommettere: per la maggior parte degli elettori questa è l’inconfutabile verità.
L'articolo sopra è tratto da http://informacritica.blogspot.com/2010/03/il-retroscena-sullesclusione-delle.html
lunedì 15 marzo 2010
La televisione conta poco o nulla nel consenso a Berlusconi? A parlare dei processi e degli scandali che riguardano il premier gli si fa soltanto un favore? Invece di rompere le tasche da anni a noi "antiberlusconiani", i professorini di liberalismo dovrebbero spiegare questi concetti al diretto interessato. Dalle intercettazioni pubblicate da Il Fatto e riprese da tutti, pare infatti che il Cavaliere non si occupi d'altro che di controllare la televisione e i suoi controllori.
Mentre il Pil crolla e i premi Nobel per l'economia pronosticano la bancarotta dello Stato italiano, il presidente del Consiglio trascorre le serate a "concertare" con il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi e con altri sottoposti il modo di chiudere Annozero, si sbatte per impedire in futuro l'accesso agli studi Rai a Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, ordina l'oscuramento perpetuo di Antonio Di Pietro, perde perfino tempo a spiegare a Minzolini che cosa deve dire nell'editoriale del giorno dopo. Tutto purché non passi nel servizio pubblico una mezza informazione sui processi e gli scandali che lo riguardano. Al resto, ci pensano i fidi direttori dei tiggì.
È un concentrato nauseabondo di regime quello che emerge dai dialoghi al telefono. Un padrone ossessivo e dittatoriale che impartisce ordini pazzeschi a un branco di servi contenti. Nel novembre scorso, alla vigilia di una puntata di Santoro dove figura fra gli invitati, Maurizio Belpietro, classico giornalista da riporto, telefona al padrone per informarlo che si parlerà del caso Mills. Berlusconi diventa una furia, chiama il suo uomo all'Autorità delle Comunicazioni, Innocenzi, e gli affida la missione di impedire la messa in onda del programma.
Innocenzi chiama il direttore generale della Rai che un po' si lamenta ("nemmeno in Zimbabwe") ma poi illustra allo sprovveduto censore il sistema per bloccare Santoro. In futuro però, perché per impedire la messa in onda la sera stessa bisognerebbe fare un golpe. Ipotesi ancora prematura. Nel frattempo il premier del fare ha già sparso minacce e pressioni per mezza Italia e inviato in missione Letta da Calabrò, presidente dell'Autorità. Un copione simile si rivede ogni volta che Annozero affronta le questioni giudiziarie del premier, per esempio nei giorni della deposizione del pentito Spatuzza. In questo caso scatta anche la rappresaglia sotto forma di editoriale di Minzolini. Quello che teme chi vuole dimezzarne la professionalità. Ponendo un affascinante quesito matematico: si può dimezzare lo zero assoluto?
Ma qui nello Zimba, nemmeno Zimbabwe, si può tutto. Nessuno si scandalizza. Il direttore del Tg1 sostiene che sia normale per un giornalista prendere ordini dal presidente del Consiglio. "Altrimenti che giornalista sarei?". Quando si dice una domanda retorica. I professori di liberalismo invitano, come sempre quando si tratta di persone di rispetto, a non criticare (ovvero: "linciare") nessuno prima che siano provati i reati in maniera definitiva. Quindi, mai. In Italia infatti i processi a potenti da decenni non giungono a sentenza definitiva. In compenso la libera informazione italiana può sempre sfogarsi mettendo alla gogna mediatica qualsiasi anonimo poveraccio incappato in un'indagine su un delitto di periferia, senza suscitare le ire dei garantisti nostrani. Così com'è un costume diffuso in Europa, nel Nord America e finanche in molte democrazie africane e asiatiche, esprimere giudizi etici e politici sui comportamenti delle figure pubbliche addirittura - sebbene alcuni opinionisti indigeni non lo crederanno mai - in assenza di veri e propri reati.
Se dalle intercettazioni e dai comportamenti concreti del commissario Innocenzi e del direttore Minzolini, funzionario e dipendente pubblico, emerge una totale sottomissione a un capo politico, non c'è alcun bisogno di aspettare l'esito dell'inchiesta di Trani per dare un giudizio del loro operato. Almeno se si vuole continuare a fingere di essere un paese normale. Peraltro, a volte queste cose accadono anche in paesi meno normali. Tanto per rimanere in tema, tre anni fa a Bulawayo l'arcivescovo Pius Ncube, anche in seguito alla protesta dei fedeli, rassegnò le dimissioni per potersi difendere "più liberamente e senza coinvolgere la Chiesa" in un processo per reati sessuali. Bulawayo è nello Zimbabwe.
domenica 14 marzo 2010
sabato 13 marzo 2010
giovedì 11 marzo 2010
Domani sciopero generale promosso dalla sola Cgil. Al centro art. 18, fisco e scuola 11/03/2010
L'affamatore dei licenziati
C'è del metodo in questa follia. Tutti vedono che la crisi si sta mangiando posti di lavoro a decine di migliaia, ogni mese. In un paese serio si correrebbe ai ripari rimettendo in piedi almeno uno straccio di politica industriale; qui niente. Poi, in un momento di lucidità - o, più prosaicamente, di preoccupazione elettorale - la Commissione lavoro della Camera approva all'unanimità o quasi un emendamento bipartisan che prolunga da 12 a 18 mesi il periodo coperto dalla cassa integrazione ordinaria (Cigo). A molti - ad alcuni sindacati, perlomeno - sembra persino poco: il periodo «giusto» dovrebbe essere di due anni, come minimo. Inoltre non è certissima la copertura finanziaria.
Mentre ci si interroga sui molti pro e i pochi contro, arriva il parere - «autorevole» per eccesso di autoritarismo, non certo per serietà di argomentazione - del ministro del lavoro (e del welfare, e di una serie di altre cose che dovrebbero avere a che fare con il «benessere» della popolazione): «è una norma inutile, perché proteggiamo già i lavoratori ben pià di 18 mesi, abbiamo infatti semplificato la Cigs e abbiamo introdotto la cassa in deroga. Copriamo duttilmente e flessibilmente per tempi anche indefiniti tutti i lavoratori che ne hanno i requisiti». Un no secco, confermato da una decisione: «il governo sarà parere negativo all'emendamento».
Che Sacconi menta sapendo di metire, lì per lì, lo pensano in tanti. A dirlo sono però soprattutto Rifondazione comunista e Italia dei valori. Il perché è presto spiegato: la «cig straordinaria» viene concessa in caso di processi di ristrutturazione molto pesanti, che riducono in modo considerevole l'occupazione. Quella «in deroga», invece, riguarda le imprese (i lavoratori sono solo l'oggetto del contendere, ma la cig viene autorizzata dall'Inps alle imprese) che non rientrano nei parametri della cig «ordinaria» (e quindi nemmeno della «straordinaria»). Il ministro, insomma, cui nessuno nega una competenza tecnica accoppiata a «odio contro i lavoratori italiani» (Maurizio Zipponi, Idv), fa evidentemente confusione, in piena coscienza. Il prolungamento dell'«ordinaria», infatti, consente di considerare ancora formalmente «occupati» i dipendenti, legati a un'azienda da un normale rapporto di lavoro. Straordinaria e «in deroga», così come la «mobilità», sono sinonimo di disoccupazione (assistita per qualche tempo, ma non «indefinito, come invece racconta il ministro).
La mossa sconvolge persino il presentatore dell'emendamento (Giuliano Cazzola, primo firmatario e deputato berlusconiano) e il presidente della Commissione lavoro (Silvano Moffa, ex presidente finiano della provincia di Roma). Ma differiscono di molto le reazioni. Il primo - ex sindacalista socialista craxiano, addirittura nella Cgil - si spiana completamente sotto il gran rifiuto del suo capo (ex socialista craxiano anch'egli), fino a dargli ragione, perché «non avevamo la forza di fare la riforma degli amortizzatori sociali che vuole fare il governo, però abbiamo inserito alcune norme molto modeste a favore dei cocopro». Viva la sincerità: «molto modeste», nel quadro di questa crisi, significa «niente». Moffa, invece, si è limitato a chiedere «rispetto per il parlamento», anche se «il governo sta facendo bene». Due leoni, insomma. A guardia di un parlamento che non conta più niente.
Dall'opposizione democratica non arrivano segnali decisivi (solo l'ex ministro del welfare, Cesare Damiano, si espone fino ad affermare che la scelta di Sacconi «è molto grave»). La Cgil, con il segretario confederale Fulvio Fammoni, ricorda giustamente che semmai si chiedeva «il raddoppio» del periodo di copertura della cassa; magari cone un'implementazione dell'assegno (che non per tutti è pari all'80% dell'ultima retribuzione).
Ma è evidente che, per quanto si voglia estendere un ammortizzatore sociale importante come la cig, non è questa la via per risolvere il problema della drammatica riduzione dell'occupazione. Se ne mostra consapevole - tra i pochi - Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione), che mette esplicitamente in campo la «necessità di una politica industriale». Se «il privato non sa o non vuole farsene carico, è il pubblico che deve promuovere una riconversione ambientale dell'economia, a partire dalle energie rinnovabili». Sembra ieri, quando c'era l'Iri. O Obama.