domenica 17 ottobre 2010
Secondo Bersani la fase finale del Cavaliere è piena di insidie e rischi. Ha ragione o è solo allarmismo politico? E che cosa potrebbe fare il premier per prolungare oltre ogni limite il suo potere?
(13 luglio 2010)
Da un mese il segretario del Pd Pierluigi Bersani, solitamente molto attento a pesare le parole, va ripetendo che «siamo al secondo tempo» del dominio berlusconiano, ma proprio questa fase finale rischia di essere «pericolosa» per il Paese.
Frasi pesate, appunto. Ma inquietanti, perché ogni giorno che passa il sistema di potere attorno al premier sembra sgretolarsi: dopo il caso Scajola e le dimissioni di Brancher, adesso le inchieste giudiziarie sono arrivate al coordinatore del Pdl Denis Verdini, per la vicenda dell'eolico in Sardegna in cui è coinvolto anche Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che è appena stato condannato in appello per mafia.
E sotto il profilo politico le cose non sembrano andare meglio per il Cavaliere, costretto a chiedere un'incerta zattera di salvataggio a Casini - dopo aver detto per anni che l'Udc non serviva - a seguito del progressivo sfilarsi dei finiani.
Il tutto mentre nel Pdl ormai è chiaro anche agli ex fedelissimi del Cavaliere che è giunto il momento di giocare in proprio, di ritagliarsi uno spazio autonomo in vista della caduta del cavaliere: di qui il fiorire di fondazioni, correnti, think tank e cordate per non rimanere travolti dal vuoto che si creerà dopo l'implosione del premier.
Il punto, però, è come e quando questa implosione avverrà. Perché Berlusconi non è certamente uomo da mollare nelle difficoltà: al contrario, sono proprio gli ostacoli a indurlo ad attaccare, a rovesciare il tavolo, ad alzare la posta. Lo ha sempre fatto, negli affari come in politica, ed è pronto a farlo anche questa volta. Non solo vuole finire la legislatura, ma vuole portare a termine un progetto di riforma costituzionale che gli permetta di accentrare il maggior numero possibile di poteri nella sue mani, senza dipendere dai partiti, dalle correnti, dal Quirinale, dal Parlamento.
Di qui l'idea che il tramonto di Berlusconi possa essere tanto lungo quanto pericoloso.
Quali attacchi e quali mosse saranno messe in essere per rovesciare un'altra volta in tavolo? E il Paese è pronto ad assecondarle o questa volta reagirà?
(13 luglio 2010)
Da un mese il segretario del Pd Pierluigi Bersani, solitamente molto attento a pesare le parole, va ripetendo che «siamo al secondo tempo» del dominio berlusconiano, ma proprio questa fase finale rischia di essere «pericolosa» per il Paese.
Frasi pesate, appunto. Ma inquietanti, perché ogni giorno che passa il sistema di potere attorno al premier sembra sgretolarsi: dopo il caso Scajola e le dimissioni di Brancher, adesso le inchieste giudiziarie sono arrivate al coordinatore del Pdl Denis Verdini, per la vicenda dell'eolico in Sardegna in cui è coinvolto anche Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che è appena stato condannato in appello per mafia.
E sotto il profilo politico le cose non sembrano andare meglio per il Cavaliere, costretto a chiedere un'incerta zattera di salvataggio a Casini - dopo aver detto per anni che l'Udc non serviva - a seguito del progressivo sfilarsi dei finiani.
Il tutto mentre nel Pdl ormai è chiaro anche agli ex fedelissimi del Cavaliere che è giunto il momento di giocare in proprio, di ritagliarsi uno spazio autonomo in vista della caduta del cavaliere: di qui il fiorire di fondazioni, correnti, think tank e cordate per non rimanere travolti dal vuoto che si creerà dopo l'implosione del premier.
Il punto, però, è come e quando questa implosione avverrà. Perché Berlusconi non è certamente uomo da mollare nelle difficoltà: al contrario, sono proprio gli ostacoli a indurlo ad attaccare, a rovesciare il tavolo, ad alzare la posta. Lo ha sempre fatto, negli affari come in politica, ed è pronto a farlo anche questa volta. Non solo vuole finire la legislatura, ma vuole portare a termine un progetto di riforma costituzionale che gli permetta di accentrare il maggior numero possibile di poteri nella sue mani, senza dipendere dai partiti, dalle correnti, dal Quirinale, dal Parlamento.
Di qui l'idea che il tramonto di Berlusconi possa essere tanto lungo quanto pericoloso.
Quali attacchi e quali mosse saranno messe in essere per rovesciare un'altra volta in tavolo? E il Paese è pronto ad assecondarle o questa volta reagirà?
venerdì 15 ottobre 2010
«Con quei soldi si potrebbero rinnovare i contratti di lavoro»
FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA
Oltre quattro miliardi di euro. E’ la cifra che ogni anno spendiamo per mantenere le auto della Pubblica amministrazione, secondo i dati diffusi ieri dal ministro Renato Brunetta. «Una cifra enorme, con quattro miliardi si rinnovano i contratti di lavoro», commenta, «penso si possa spendere la metà facendo meglio lo stesso servizio». Dove precisamente tagliare, il ministro aspetta a dirlo, ma già suggerisce un’indicazione, commentando il numero di 60mila autisti: «Quando vedo 60mila persone utilizzate per portare in giro politici e burocratici mi disturba un po’, preferirei producessero beni e servizi per i cittadini».
I dati presentati ieri vengono da un monitoraggio, non ancora concluso, realizzato tramite questionario on line compilato dalle amministrazioni centrali e locali. Al momento, con la raccolta dati a metà strada (hanno risposto 3.187 su 9.199, pari al 61% dei dipendenti pubblici e al 47% delle auto), le stime parlano di 90mila auto blu che circolano in Italia, divise in tre categorie. Sono 7-10mila le auto definite “blu-blu”, quelle a disposizione di autorità e alte cariche, 18-20mila quelle “blu”, riservate ai dirigenti, con autista (i «papaveri», li chiama Brunetta), infine ci sono circa 60-65mila grigie, senza autista e destinate ad attività operative, quelle «lavoratrici», per dirla come il ministro.
Il tutto, appunto, per un costo di circa quattro miliardi di euro, di cui uno destinato a consumi, assicurazione, noleggi e manutenzione, e tre per il personale. Mediamente, per una vettura blu-blu si spendono ogni anno 142mila euro (e anche di più: «io sarei propenso a portare la cifra a 150mila»), 92mila per una blu e 18mila per una grigia. Se si noleggiasse una macchina con conducente, è calcolato, i costi già scenderebbero a 95mila euro per la prima categoria e 70mila per la seconda.
Sulle cifre che si spendono, pesa per il 75% il costo del personale. Se tutti sforbiciassero il 30% del proprio parco auto, si sottolinea, il risparmio sarebbe di oltre un miliardo di euro l’anno.
«Non sono un fondamentalista, non voglio fare la caccia alle streghe, le auto blu servono», chiarisce il responsabile della Pubblica amministrazione, «ma quelle giuste secondo la legge per far funzionare bene lo stato, in efficienza e funzionalità». E’ lungo l’elenco di chi ha diritto a una vettura di servizio: ne beneficiano in via esclusiva, tra gli altri, ministri e vice ministri, sottosegretari, presidenti delle Autorità indipendenti. E c’è una lista lunga così di chi ne ha diritto in uso non esclusivo, come gli Uffici di Gabinetto dei ministri.
Secondo i dati diffusi da Brunetta, i ministeri dispongono mediamente di 12 auto blu-blu e 190 tra blu e grigie, con le dotazioni più numerose a disposizione dell’Interno e della Giustizia. Ogni vettura di una Pubblica amministrazione percorre in media 10mila chilometri l’anno, e il personale alla guida è mediamente di 2,3 addetti per le auto blu-blu e 1,4 per le macchine blu.
Critica sulle cifre la Codacons: «Il numero delle auto blu è esagerato, non basta dimezzare il costo, occorre portarlo a 1/5 dell’attuale», dichiara il presidente Carlo Rienzi.
La raccolta delle informazioni andrà avanti (al momento scarseggiano soprattutto le risposte da Regioni ed Enti regionali): per i dirigenti che non risponderanno sono previste sanzioni. Poi arriveranno le ipotesi di intervento: ad esempio, la proposta di sanzioni per l’uso improprio di lampeggianti. In autunno, annuncia il ministro, sarà pronto un rapporto finale da illustrare al Parlamento.
FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA
Oltre quattro miliardi di euro. E’ la cifra che ogni anno spendiamo per mantenere le auto della Pubblica amministrazione, secondo i dati diffusi ieri dal ministro Renato Brunetta. «Una cifra enorme, con quattro miliardi si rinnovano i contratti di lavoro», commenta, «penso si possa spendere la metà facendo meglio lo stesso servizio». Dove precisamente tagliare, il ministro aspetta a dirlo, ma già suggerisce un’indicazione, commentando il numero di 60mila autisti: «Quando vedo 60mila persone utilizzate per portare in giro politici e burocratici mi disturba un po’, preferirei producessero beni e servizi per i cittadini».
I dati presentati ieri vengono da un monitoraggio, non ancora concluso, realizzato tramite questionario on line compilato dalle amministrazioni centrali e locali. Al momento, con la raccolta dati a metà strada (hanno risposto 3.187 su 9.199, pari al 61% dei dipendenti pubblici e al 47% delle auto), le stime parlano di 90mila auto blu che circolano in Italia, divise in tre categorie. Sono 7-10mila le auto definite “blu-blu”, quelle a disposizione di autorità e alte cariche, 18-20mila quelle “blu”, riservate ai dirigenti, con autista (i «papaveri», li chiama Brunetta), infine ci sono circa 60-65mila grigie, senza autista e destinate ad attività operative, quelle «lavoratrici», per dirla come il ministro.
Il tutto, appunto, per un costo di circa quattro miliardi di euro, di cui uno destinato a consumi, assicurazione, noleggi e manutenzione, e tre per il personale. Mediamente, per una vettura blu-blu si spendono ogni anno 142mila euro (e anche di più: «io sarei propenso a portare la cifra a 150mila»), 92mila per una blu e 18mila per una grigia. Se si noleggiasse una macchina con conducente, è calcolato, i costi già scenderebbero a 95mila euro per la prima categoria e 70mila per la seconda.
Sulle cifre che si spendono, pesa per il 75% il costo del personale. Se tutti sforbiciassero il 30% del proprio parco auto, si sottolinea, il risparmio sarebbe di oltre un miliardo di euro l’anno.
«Non sono un fondamentalista, non voglio fare la caccia alle streghe, le auto blu servono», chiarisce il responsabile della Pubblica amministrazione, «ma quelle giuste secondo la legge per far funzionare bene lo stato, in efficienza e funzionalità». E’ lungo l’elenco di chi ha diritto a una vettura di servizio: ne beneficiano in via esclusiva, tra gli altri, ministri e vice ministri, sottosegretari, presidenti delle Autorità indipendenti. E c’è una lista lunga così di chi ne ha diritto in uso non esclusivo, come gli Uffici di Gabinetto dei ministri.
Secondo i dati diffusi da Brunetta, i ministeri dispongono mediamente di 12 auto blu-blu e 190 tra blu e grigie, con le dotazioni più numerose a disposizione dell’Interno e della Giustizia. Ogni vettura di una Pubblica amministrazione percorre in media 10mila chilometri l’anno, e il personale alla guida è mediamente di 2,3 addetti per le auto blu-blu e 1,4 per le macchine blu.
Critica sulle cifre la Codacons: «Il numero delle auto blu è esagerato, non basta dimezzare il costo, occorre portarlo a 1/5 dell’attuale», dichiara il presidente Carlo Rienzi.
La raccolta delle informazioni andrà avanti (al momento scarseggiano soprattutto le risposte da Regioni ed Enti regionali): per i dirigenti che non risponderanno sono previste sanzioni. Poi arriveranno le ipotesi di intervento: ad esempio, la proposta di sanzioni per l’uso improprio di lampeggianti. In autunno, annuncia il ministro, sarà pronto un rapporto finale da illustrare al Parlamento.
Lega, Bossi chiude sulla successione: “Adesso c’è mio figlio Renzo”
pubblicato il 13 luglio 2010 alle 09:13 dallo stesso autore
Il Senatùr ghiaccia il sangue dei colonnelli del Carroccio: “E’ l’unico di cui mi fido”.
Dopo di lui non ci sarà il diluvio, ma nemmeno spazio per i colonnelli. Umberto Bossi parla apertamente della successione alla guida del Carroccio, e fa esplicitamente il nome del suo successore: sarà Renzo Bossi, “l’unico di cui mi fido”, a prendere il timone della Lega dopo il suo ritiro dall’attività politica.
E’ TANTO BRAVO - E’ il Corriere della Sera a riferire il virgolettato del Senatùr: “Non mollo, non mollo… Comunque,son qui con il mio Renzo, che mi sta dando tante soddisfazioni. Ha dato otto esami all’università, è in consiglio regionale, ha trovato la sua strada. E io sono molto fiero di lui». Poi fa il gesto di «dare il cinque» al figlio, e invece gli tira un cazzotto sulla mano. Non si tratta soltanto di buonumore e della presenza del figlio. Venerdì scorso, Bossi aveva detto più o meno le stesse cose, senza che il figlio fosse presente, e senza che fosse stato in qualche modo sollecitato. Ma l’intervento forse più significativo, e forse la spiegazione di tante cose, era stato a Pontida. Un passaggio appena accennato, per far intendere chi di dovere: “E adesso c’è Renzo. Per me è molto importante poter contare su qualcuno di cui mi fido…”.
CHI DEVE CAPIRE - Un accenno fra le righe i cui destinatari sono tantissimi: tutti i colonnelli della Lega che aspiravano alla successione sulla poltrona di segretario una volta che l’anziano leader avrebbe deciso di lasciare il passo. Tutti che rimarranno a bocca asciutta, anche se è difficile che accetteranno la scelta nepotista di Bossi. Per un Calderoli che ha annunciato che lascerà la politica insieme al Senatùr, ci sono i vari Maroni, Zaia e compagnia che mordono il freno e difficilmente digeriranno di farsi comandare dal figlio del Re. Senza contare i molti militanti, tra i quali traspariva la perplessità nei confronti delle scelte del Senatùr all’epoca della candidatura in consiglio regionale del “delfino” dapprima retrocesso a Trota: lo zoccolo duro della Lega potrebbe ribellarsi alle soluzioni nepotistiche. Con il rischio di arrivare a un’aperta contestazione prima. E a una conta poi. Con effetti deleteri sul partito.
pubblicato il 13 luglio 2010 alle 09:13 dallo stesso autore
Il Senatùr ghiaccia il sangue dei colonnelli del Carroccio: “E’ l’unico di cui mi fido”.
Dopo di lui non ci sarà il diluvio, ma nemmeno spazio per i colonnelli. Umberto Bossi parla apertamente della successione alla guida del Carroccio, e fa esplicitamente il nome del suo successore: sarà Renzo Bossi, “l’unico di cui mi fido”, a prendere il timone della Lega dopo il suo ritiro dall’attività politica.
E’ TANTO BRAVO - E’ il Corriere della Sera a riferire il virgolettato del Senatùr: “Non mollo, non mollo… Comunque,son qui con il mio Renzo, che mi sta dando tante soddisfazioni. Ha dato otto esami all’università, è in consiglio regionale, ha trovato la sua strada. E io sono molto fiero di lui». Poi fa il gesto di «dare il cinque» al figlio, e invece gli tira un cazzotto sulla mano. Non si tratta soltanto di buonumore e della presenza del figlio. Venerdì scorso, Bossi aveva detto più o meno le stesse cose, senza che il figlio fosse presente, e senza che fosse stato in qualche modo sollecitato. Ma l’intervento forse più significativo, e forse la spiegazione di tante cose, era stato a Pontida. Un passaggio appena accennato, per far intendere chi di dovere: “E adesso c’è Renzo. Per me è molto importante poter contare su qualcuno di cui mi fido…”.
CHI DEVE CAPIRE - Un accenno fra le righe i cui destinatari sono tantissimi: tutti i colonnelli della Lega che aspiravano alla successione sulla poltrona di segretario una volta che l’anziano leader avrebbe deciso di lasciare il passo. Tutti che rimarranno a bocca asciutta, anche se è difficile che accetteranno la scelta nepotista di Bossi. Per un Calderoli che ha annunciato che lascerà la politica insieme al Senatùr, ci sono i vari Maroni, Zaia e compagnia che mordono il freno e difficilmente digeriranno di farsi comandare dal figlio del Re. Senza contare i molti militanti, tra i quali traspariva la perplessità nei confronti delle scelte del Senatùr all’epoca della candidatura in consiglio regionale del “delfino” dapprima retrocesso a Trota: lo zoccolo duro della Lega potrebbe ribellarsi alle soluzioni nepotistiche. Con il rischio di arrivare a un’aperta contestazione prima. E a una conta poi. Con effetti deleteri sul partito.
Intercettazioni: La CGIL aderisce alla giornata del silenzio dell'informazione
Contro i tagli e i bavagli alla conoscenza e alla cultura, oggi i portali e i siti del sistema CGIL interrompono l’aggiornamento
'No alla legge bavaglio':
La CGIL aderisce e partecipa direttamente alla giornata del silenzio dell’informazione di venerdì 9 luglio, contro i tagli e i bavagli. Contestualmente allo sciopero indetto dalla FNSI per i giornalisti viene indetto dalla SLC CGIL lo sciopero dei lavoratori poligrafici e dell’emittenza privata, attuando così lo sciopero generale della CGIL contro la manovra del governo e partecipando alla iniziativa per la libertà di informazione, contro la legge sulle intercettazioni e i tagli alla cultura, allo spettacolo e all’editoria.
E’ giusto e importante, inoltre che durante la giornata di silenzio come indicato da tanti appelli di sindacati e associazioni, venerdì 9 luglio interrompano l’aggiornamento delle informazioni anche i portali e i siti e lo faranno anche quelli del sistema CGIL.
Continua così la grande mobilitazione per dire NO al Disegno di Legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e meno informati; per dire no ai tagli alla cultura italiana previsti dalla manovra economica.
Uno sciopero e una giornata di silenzio per fare sentire che non può essere sottratto al Paese il racconto di vicende giudiziarie di rilievo pubblico, pur nel rispetto del diritto delle persone alla riservatezza; per respingere gli interventi punitivi ai danni della produzione culturale e salvaguardare il diritto dei cittadini alla conoscenza; per contrastare il pericolo di chiusura di testate giornalistiche colpite dalla indiscriminata riduzione dei fondi pubblici, per tenere accese le luci dei media sul mondo del lavoro e sui drammatici effetti della crisi. Dopo la grande riuscita delle manifestazioni del 1° luglio a Piazza Navona e in tante altre città d’Italia prosegue e si rafforza la mobilitazione contro i tagli e i bavagli alla conoscenza e alla cultura. Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voce ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.
Contro i tagli e i bavagli alla conoscenza e alla cultura, oggi i portali e i siti del sistema CGIL interrompono l’aggiornamento
'No alla legge bavaglio':
La CGIL aderisce e partecipa direttamente alla giornata del silenzio dell’informazione di venerdì 9 luglio, contro i tagli e i bavagli. Contestualmente allo sciopero indetto dalla FNSI per i giornalisti viene indetto dalla SLC CGIL lo sciopero dei lavoratori poligrafici e dell’emittenza privata, attuando così lo sciopero generale della CGIL contro la manovra del governo e partecipando alla iniziativa per la libertà di informazione, contro la legge sulle intercettazioni e i tagli alla cultura, allo spettacolo e all’editoria.
E’ giusto e importante, inoltre che durante la giornata di silenzio come indicato da tanti appelli di sindacati e associazioni, venerdì 9 luglio interrompano l’aggiornamento delle informazioni anche i portali e i siti e lo faranno anche quelli del sistema CGIL.
Continua così la grande mobilitazione per dire NO al Disegno di Legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e meno informati; per dire no ai tagli alla cultura italiana previsti dalla manovra economica.
Uno sciopero e una giornata di silenzio per fare sentire che non può essere sottratto al Paese il racconto di vicende giudiziarie di rilievo pubblico, pur nel rispetto del diritto delle persone alla riservatezza; per respingere gli interventi punitivi ai danni della produzione culturale e salvaguardare il diritto dei cittadini alla conoscenza; per contrastare il pericolo di chiusura di testate giornalistiche colpite dalla indiscriminata riduzione dei fondi pubblici, per tenere accese le luci dei media sul mondo del lavoro e sui drammatici effetti della crisi. Dopo la grande riuscita delle manifestazioni del 1° luglio a Piazza Navona e in tante altre città d’Italia prosegue e si rafforza la mobilitazione contro i tagli e i bavagli alla conoscenza e alla cultura. Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voce ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.
sabato 9 ottobre 2010
Federico Aldrovandi: dallo Stato 2 milioni
E' il risarcimento riconosciuto alla famiglia del ragazzo ucciso a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005
FERRARA - Lo Stato riconosce un risarcimento alla famiglia di Federico Aldrovandi. Ai familiari del ragazzo ucciso a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005 andranno quasi due milioni di euro. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti. "Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di un'ammissione di responsabilità di indubbia valenza - ha spiegato l'avv. Fabio Anselmo, uno dei legali della famiglia - ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Ma capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia". Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, il padre e la mamma, ha assicurato, saranno comunque all'appello.
E' il risarcimento riconosciuto alla famiglia del ragazzo ucciso a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005
FERRARA - Lo Stato riconosce un risarcimento alla famiglia di Federico Aldrovandi. Ai familiari del ragazzo ucciso a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005 andranno quasi due milioni di euro. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti. "Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di un'ammissione di responsabilità di indubbia valenza - ha spiegato l'avv. Fabio Anselmo, uno dei legali della famiglia - ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Ma capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia". Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, il padre e la mamma, ha assicurato, saranno comunque all'appello.
venerdì 8 ottobre 2010
Non dare soldi
a chi non ti fa votare
e cancella il Contratto nazionale
Fim e Uilm nell’accordo separato sul contratto un anno fa hanno anche
concordato con le aziende la trattenuta di una quota di euro 30,00 alle
lavoratrici e dai lavoratori non iscritti per il “servizio” reso …
Nel mese di ottobre le aziende stanno comunicando ai dipendenti che, con
la busta paga del mese di novembre, distribuiranno a tutti il modulo con cui
si autorizza oppure non si autorizza la trattenuta di 30,00 euro a favore di
Fim e Uilm. (Se non si restituisce il modulo l’azienda effettuerà la
trattenuta automaticamente).
HANNO FIRMATO IN QUESTI GIORNI L’ACCORDO SEPARATO
SULLE DEROGHE CHE CANCELLANO DI FATTO IL CONTRATTO
NAZIONALE
HANNO FIRMATO SENZA CHIEDERE IL PARERE ALLE
LAVORATRICI E AI LAVORATORI
E ADESSO VOGLIONO
ANCHE UN CONTRIBUTO?!
Ricordiamo che agli iscritti Fiom non deve essere trattenuto nulla!
Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori a compilare e
restituire il modulo all’azienda entro il 15/12/2010
NON AUTORIZZANDO LA TRATTENUTA.
Il vero contratto – quello del 2008 – senza deroghe
e votato con il referendum è ancora in vigore!!!
Invece di pagare
chi non ti fa votare
iscriviti
e sostieni la Fiom
a chi non ti fa votare
e cancella il Contratto nazionale
Fim e Uilm nell’accordo separato sul contratto un anno fa hanno anche
concordato con le aziende la trattenuta di una quota di euro 30,00 alle
lavoratrici e dai lavoratori non iscritti per il “servizio” reso …
Nel mese di ottobre le aziende stanno comunicando ai dipendenti che, con
la busta paga del mese di novembre, distribuiranno a tutti il modulo con cui
si autorizza oppure non si autorizza la trattenuta di 30,00 euro a favore di
Fim e Uilm. (Se non si restituisce il modulo l’azienda effettuerà la
trattenuta automaticamente).
HANNO FIRMATO IN QUESTI GIORNI L’ACCORDO SEPARATO
SULLE DEROGHE CHE CANCELLANO DI FATTO IL CONTRATTO
NAZIONALE
HANNO FIRMATO SENZA CHIEDERE IL PARERE ALLE
LAVORATRICI E AI LAVORATORI
E ADESSO VOGLIONO
ANCHE UN CONTRIBUTO?!
Ricordiamo che agli iscritti Fiom non deve essere trattenuto nulla!
Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori a compilare e
restituire il modulo all’azienda entro il 15/12/2010
NON AUTORIZZANDO LA TRATTENUTA.
Il vero contratto – quello del 2008 – senza deroghe
e votato con il referendum è ancora in vigore!!!
Invece di pagare
chi non ti fa votare
iscriviti
e sostieni la Fiom
Niente scioperi, niente malattia, mensa, orari, diritto di sciopero e diritti sindacali. E chi non ci sta, fuori dai piedi. L’ordine di Marchionne è stato recepito alla lettera da Federmeccanica che il 7 settembre ha disdetto il contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008 firmato oltre che dalla Fiom anche da Fim e Uilm, e convalidato con un referendum in cui votarono 500mila lavoratori nelle fabbriche.
Lo scontro in atto tra la Fiom e Confindustria si annuncia sulla carta estremamente impari visto che il padronato può contare sul sostegno ovviamente del governo Berlusconi e il suo ministro del lavoro Sacconi, che intanto continua a lavorare per demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori, dei sindacati compiacenti come Cisl e la Uil che ormai firmano tutto quello che Confindustria gli mette sotto il naso e anche dell’opposizione parlamentare. Insomma una vera tenaglia in cui vogliono stringere l’unico sindacato che non alza bandiera bianca davanti allo strapotere di questo sistema.
La crisi economica non volge al termine
Dietro la disdetta del contratto dei metalmeccanici del 2008 c’è in primo luogo l’intenzione di puntare all’isolamento della Fiom. Disdire il contratto nazionale è un esplicito atto politico per tentare di relegarla fuori dalle fabbriche togliendogli ogni agibilità sindacale. Se ai padroni e ai cosiddetti dirigenti del centrosinistra preme ridimensionare un’organizzazione che ostacola i loro piani, è invece interesse di milioni di lavoratori e lavoratrici, di giovani e pensionati, disoccupati, precari, insomma tutti quelli che questo sistema e la sua crisi la pagano ogni giorno sulla propria pelle, sostenere la Fiom.
Al contrario di quanto ha sostenuto il ministro dell’economia Tremonti a Cernobbio nell’assise annuale di Confindustria, fresco dell’ennesima finanziaria lacrime e sangue, la crisi è ben lungi dall’essere superata. Lo stesso osservatorio degli industriali e l’Istat lo smentiscono. Non solo la crisi economica non è finita, ma il peggio deve ancora arrivare.
A giugno il tasso ufficiale di disoccupazione era dell’8,5% (2.250.000 disoccupati), il dato più alto dal 1992. Era del 6,5% nel 2008. L’osservatorio di Confindustria prevede, nel caso più ottimista (cioè che entro il 2011 sia riassorbito il 60-70% dei cassintegrati), che si attesterà al 9%. È disoccupato il 26,5% dei giovani sotto i 25 anni, e il 53,6% delle donne. A settembre giacevano sul tavolo del ministero dello sviluppo oltre 170 pratiche di aziende in crisi, per un totale di 200mila posti di lavoro a rischio che andranno a sommarsi ai 600mila persi nel 2009, di cui quasi 200mila al sud. Oltre 380mila dei posti di lavoro persi l’anno scorso sono nell’industria, 80mila nell’edilizia, 97mila nel terziario. Anche la Cassa integrazione è destinata a stabilire nuovi record nel 2010. Si supererà significativamente il miliardo di ore, erano state 918 milioni l’anno scorso, il precedente picco era stato raggiunto nel 1984 con 816 milioni.
A questo va aggiunto che le stime del Fondo monetario internazionale sulla crescita italiana dicono che nel 2010 il prodotto interno lordo crescerà dello 0,9% e nel 2011 dell’1%. Cioè che anche nella situazione più ottimista non solo non si creeranno nuovi posti di lavoro, comunque precari, ma neanche si riassorbiranno quelli persi.
Cifre degne di una guerra
E infatti di questo si tratta, di una vera e propria guerra. Una guerra di classe che in questi anni hanno condotto contro i lavoratori e nella quale hanno riportato numerose e importanti vittorie. Una guerra di classe che allo stesso tempo i padroni capiscono di non aver ancora definitivamente vinto. Cioè di non aver piegato fino in fondo la resistenza dei lavoratori e la loro capacità di poter tornare a lottare per difendere i propri interessi. Quando la presidente di Confindustria si spende a dire che non siamo più negli anni ’70 e che la contrapposizione tra operai e padroni non esiste più, o quando Marchionne dice che il conflitto di classe è finito, tradiscono la preoccupazione che anche se hanno in pugno una parte importante dei vertici sindacali, anche se sono riusciti a ridurre al lumicino i partiti di sinistra, anche se i “riformisti” ormai sono sul loro libro paga, il conflitto sociale può riesplodere. La risposta nel referendum degli operai di Pomigliano, gli scioperi di giugno e luglio, la mobilitazione degli operai di Melfi sono stati qualcosa di più che un preoccupante segnale per loro. Il ritorno di un incubo. Su questo dobbiamo essere chiari, se una cosa l’hanno dimostrata i fatti legati alla Fiat di quest’estate è che un settore importante di lavoratori non si è rassegnato, anzi, sta crescendo un senso di fiducia nelle proprie forze che deve e può contrastare l’arroganza padronale.
Marchionne alla convention di Comunione e Liberazione ad agosto ha detto, tra applausi scroscianti, che dobbiamo ragionare come se fossimo in guerra. La guerra è la sfida della globalizzazione in cui lo scontro è tra multinazionali per sopravvivere nel mercato mondiale. Tutto ciò è vero, solo che noi, le classi subalterne, in questo scontro siamo la carne da macello e loro sono i generali che ci mandano al massacro in nome dei loro profitti.
La verità è che la guerra ce l’abbiamo in casa, noi come i lavoratori di tutto il mondo, ed è contro i padroni. Una guerra che allo stato attuale può sembrare impari solo perché i lavoratori non hanno una direzione adeguata, a cominciare dalla stessa Cgil.
Lo scontro in Cgil
Il sindacato di Epifani se da un lato non ha firmato l’accordo separato sulla contrattazione nazionale del gennaio del 2009, dall’altro si è ben guardata da mettere in piedi una mobilitazione adeguata per demolire quell’accordo. Un minuto dopo ha cominciato a lavorare per tornare a quei tavoli della concertazione da cui Confindustria, Cisl e Uil l’avevano estromessa. Se si esclude quello dei metalmeccanici, la Cgil ha firmato tutti i contratti di categoria successivi dove sono contenute le linee generali dell’accordo separato.
Del resto non è un mistero per nessuno che Epifani non ha sostenuto la Fiom nel referendum di Pomigliano e la Cgil locale si è anche spesa per il Sì al referendum. L’8 settembre, al Comitato centrale della Fiom la maggioranza Cgil ha avallato la spaccatura promossa dalla destra della categoria con un documento alternativo a quello del segretario Landini, in cui di fatto si insinua che la Fiom è avventurista. Facendo un gran favore a Confindustria perché l’immagine che ne emerge è di una categoria lacerata al suo interno.
Lo scontro in atto offre l’opportunità all’area di opposizione che si è costituita in Cgil dopo il congresso, La Cgil che vogliamo, di rafforzarsi in tutte le categorie sostenendo questa importante mobilitazione della Fiom, organizzando i tanti lavoratori e delegati che aspirano ad avere un sindacato che abbia il coraggio di mettere in campo il conflitto davanti all’arroganza padronale.
Ma la nuova sinistra sindacale fino ad ora ha gravemente esitato, divisa al suo interno tra chi è determinato a dar battaglia alla maggioranza della Cgil e chi concepisce l’opposizione come strumento per poter trattare con la maggioranza sulla spartizione di poltrone. Lo scontro tra maggioranza Cgil e Fiom subirà prossimamente un’accelerazione, la futura segretaria Camusso, viene vista con favore da Confindustria perché considerata più appropriata a condurre con decisione questo scontro.
Solo forzando le tappe per strutturare nei luoghi di lavoro, nella battaglia interna alla Cgil, una opposizione combattiva e determinata potremo realmente sostenere i metalmeccanici e rafforzare un’area di sinistra che apra uno scontro anche nelle altre categorie, passaggio ineludibile per fermare la deriva a destra del principale sindacato dei lavoratori di questo paese.
Le condizioni per un’offensiva ci sono
Le condizioni in cui bisogna affrontare questo scontro sono difficili e la mancanza di una sponda politica, di cui da tempo la Fiom lamenta l’assenza, non aiutano e mettono il sindacato dei metalmeccanici in una posizione complessa e di grande responsabilità. Perché la situazione è tale che da questo scontro non si potrà uscire con un pareggio, o la Fiom vince, oppure la diga rischia di crollare.
Il pacchetto di quattro ore di scioperi articolati da fare nel prossimo mese, la manifestazione del 16 ottobre, l’assemblea nazionale dei delegati da svolgersi entro il prossimo gennaio per costruire e promuovere la piattaforma per il rinnovo del contratto di categoria promossi dalla Fiom, sono un punto di partenza per allargare il fronte agli altri lavoratori e i settori sfruttati in questa società. Alcuni sono già in lotta, come i precari della scuola. L’unificazione delle vertenze è decisiva in questo momento.
La manifestazione del 16 ottobre non può e non deve essere una manifestazione rituale. I padroni e il governo non si fanno impressionare da 100mila o anche un milione di lavoratori in piazza il sabato. La manifestazione deve essere l’occasione per costruire un percorso che promuova una chiara alternativa a partire dallo sciopero generale contro il Governo e il piano Marchionne.
Il compito della sinistra oggi è rafforzare lo schieramento che sostiene la Fiom nella Cgil e il sindacalismo di classe in generale e sul piano politico aggregare tutti coloro che rifiutano il quadro di una nuova collaborazione di classe così come proposto dal Pd di Bersani o da Sinistra e libertà di Vendola. Soprattutto il Prc dovrebbe abbandonare il progetto senza speranze della Federazione della sinistra e mettere tutte le proprie forze a disposizione della promozione di un partito di classe, partito che può nascere solo sulla base dell’esperienza della Fiom e del conflitto sociale, avanzando quelle proposte e piattaforme che possano coinvolgere il movimento reale in campo su una prospettiva anticapitalista. In questo quadro il Prc ha dunque un compito decisivo, non solo deve sostenere con tutte le proprie forze la Fiom ma spendersi in modo decisivo nella riuscita della manifestazione del 16 ottobre. è necessario dunque prendere le distanze da chi come Lavoro Società, compagni che aderiscono alla Federazione della sinistra, nel Comitato centrale della Fiom hanno sostenuto il documento alternativo presentato dalla destra di Epifani.
Partecipiamo convintamente a questa manifestazione non solo perché stiamo con la Fiom e gli operai della Fiat, ma anche per lavorare a un nuovo progetto politico che miri alla trasformazione della società e alla fuoriuscita dal capitalismo e dalla sua crisi.
Lo scontro in atto tra la Fiom e Confindustria si annuncia sulla carta estremamente impari visto che il padronato può contare sul sostegno ovviamente del governo Berlusconi e il suo ministro del lavoro Sacconi, che intanto continua a lavorare per demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori, dei sindacati compiacenti come Cisl e la Uil che ormai firmano tutto quello che Confindustria gli mette sotto il naso e anche dell’opposizione parlamentare. Insomma una vera tenaglia in cui vogliono stringere l’unico sindacato che non alza bandiera bianca davanti allo strapotere di questo sistema.
La crisi economica non volge al termine
Dietro la disdetta del contratto dei metalmeccanici del 2008 c’è in primo luogo l’intenzione di puntare all’isolamento della Fiom. Disdire il contratto nazionale è un esplicito atto politico per tentare di relegarla fuori dalle fabbriche togliendogli ogni agibilità sindacale. Se ai padroni e ai cosiddetti dirigenti del centrosinistra preme ridimensionare un’organizzazione che ostacola i loro piani, è invece interesse di milioni di lavoratori e lavoratrici, di giovani e pensionati, disoccupati, precari, insomma tutti quelli che questo sistema e la sua crisi la pagano ogni giorno sulla propria pelle, sostenere la Fiom.
Al contrario di quanto ha sostenuto il ministro dell’economia Tremonti a Cernobbio nell’assise annuale di Confindustria, fresco dell’ennesima finanziaria lacrime e sangue, la crisi è ben lungi dall’essere superata. Lo stesso osservatorio degli industriali e l’Istat lo smentiscono. Non solo la crisi economica non è finita, ma il peggio deve ancora arrivare.
A giugno il tasso ufficiale di disoccupazione era dell’8,5% (2.250.000 disoccupati), il dato più alto dal 1992. Era del 6,5% nel 2008. L’osservatorio di Confindustria prevede, nel caso più ottimista (cioè che entro il 2011 sia riassorbito il 60-70% dei cassintegrati), che si attesterà al 9%. È disoccupato il 26,5% dei giovani sotto i 25 anni, e il 53,6% delle donne. A settembre giacevano sul tavolo del ministero dello sviluppo oltre 170 pratiche di aziende in crisi, per un totale di 200mila posti di lavoro a rischio che andranno a sommarsi ai 600mila persi nel 2009, di cui quasi 200mila al sud. Oltre 380mila dei posti di lavoro persi l’anno scorso sono nell’industria, 80mila nell’edilizia, 97mila nel terziario. Anche la Cassa integrazione è destinata a stabilire nuovi record nel 2010. Si supererà significativamente il miliardo di ore, erano state 918 milioni l’anno scorso, il precedente picco era stato raggiunto nel 1984 con 816 milioni.
A questo va aggiunto che le stime del Fondo monetario internazionale sulla crescita italiana dicono che nel 2010 il prodotto interno lordo crescerà dello 0,9% e nel 2011 dell’1%. Cioè che anche nella situazione più ottimista non solo non si creeranno nuovi posti di lavoro, comunque precari, ma neanche si riassorbiranno quelli persi.
Cifre degne di una guerra
E infatti di questo si tratta, di una vera e propria guerra. Una guerra di classe che in questi anni hanno condotto contro i lavoratori e nella quale hanno riportato numerose e importanti vittorie. Una guerra di classe che allo stesso tempo i padroni capiscono di non aver ancora definitivamente vinto. Cioè di non aver piegato fino in fondo la resistenza dei lavoratori e la loro capacità di poter tornare a lottare per difendere i propri interessi. Quando la presidente di Confindustria si spende a dire che non siamo più negli anni ’70 e che la contrapposizione tra operai e padroni non esiste più, o quando Marchionne dice che il conflitto di classe è finito, tradiscono la preoccupazione che anche se hanno in pugno una parte importante dei vertici sindacali, anche se sono riusciti a ridurre al lumicino i partiti di sinistra, anche se i “riformisti” ormai sono sul loro libro paga, il conflitto sociale può riesplodere. La risposta nel referendum degli operai di Pomigliano, gli scioperi di giugno e luglio, la mobilitazione degli operai di Melfi sono stati qualcosa di più che un preoccupante segnale per loro. Il ritorno di un incubo. Su questo dobbiamo essere chiari, se una cosa l’hanno dimostrata i fatti legati alla Fiat di quest’estate è che un settore importante di lavoratori non si è rassegnato, anzi, sta crescendo un senso di fiducia nelle proprie forze che deve e può contrastare l’arroganza padronale.
Marchionne alla convention di Comunione e Liberazione ad agosto ha detto, tra applausi scroscianti, che dobbiamo ragionare come se fossimo in guerra. La guerra è la sfida della globalizzazione in cui lo scontro è tra multinazionali per sopravvivere nel mercato mondiale. Tutto ciò è vero, solo che noi, le classi subalterne, in questo scontro siamo la carne da macello e loro sono i generali che ci mandano al massacro in nome dei loro profitti.
La verità è che la guerra ce l’abbiamo in casa, noi come i lavoratori di tutto il mondo, ed è contro i padroni. Una guerra che allo stato attuale può sembrare impari solo perché i lavoratori non hanno una direzione adeguata, a cominciare dalla stessa Cgil.
Lo scontro in Cgil
Il sindacato di Epifani se da un lato non ha firmato l’accordo separato sulla contrattazione nazionale del gennaio del 2009, dall’altro si è ben guardata da mettere in piedi una mobilitazione adeguata per demolire quell’accordo. Un minuto dopo ha cominciato a lavorare per tornare a quei tavoli della concertazione da cui Confindustria, Cisl e Uil l’avevano estromessa. Se si esclude quello dei metalmeccanici, la Cgil ha firmato tutti i contratti di categoria successivi dove sono contenute le linee generali dell’accordo separato.
Del resto non è un mistero per nessuno che Epifani non ha sostenuto la Fiom nel referendum di Pomigliano e la Cgil locale si è anche spesa per il Sì al referendum. L’8 settembre, al Comitato centrale della Fiom la maggioranza Cgil ha avallato la spaccatura promossa dalla destra della categoria con un documento alternativo a quello del segretario Landini, in cui di fatto si insinua che la Fiom è avventurista. Facendo un gran favore a Confindustria perché l’immagine che ne emerge è di una categoria lacerata al suo interno.
Lo scontro in atto offre l’opportunità all’area di opposizione che si è costituita in Cgil dopo il congresso, La Cgil che vogliamo, di rafforzarsi in tutte le categorie sostenendo questa importante mobilitazione della Fiom, organizzando i tanti lavoratori e delegati che aspirano ad avere un sindacato che abbia il coraggio di mettere in campo il conflitto davanti all’arroganza padronale.
Ma la nuova sinistra sindacale fino ad ora ha gravemente esitato, divisa al suo interno tra chi è determinato a dar battaglia alla maggioranza della Cgil e chi concepisce l’opposizione come strumento per poter trattare con la maggioranza sulla spartizione di poltrone. Lo scontro tra maggioranza Cgil e Fiom subirà prossimamente un’accelerazione, la futura segretaria Camusso, viene vista con favore da Confindustria perché considerata più appropriata a condurre con decisione questo scontro.
Solo forzando le tappe per strutturare nei luoghi di lavoro, nella battaglia interna alla Cgil, una opposizione combattiva e determinata potremo realmente sostenere i metalmeccanici e rafforzare un’area di sinistra che apra uno scontro anche nelle altre categorie, passaggio ineludibile per fermare la deriva a destra del principale sindacato dei lavoratori di questo paese.
Le condizioni per un’offensiva ci sono
Le condizioni in cui bisogna affrontare questo scontro sono difficili e la mancanza di una sponda politica, di cui da tempo la Fiom lamenta l’assenza, non aiutano e mettono il sindacato dei metalmeccanici in una posizione complessa e di grande responsabilità. Perché la situazione è tale che da questo scontro non si potrà uscire con un pareggio, o la Fiom vince, oppure la diga rischia di crollare.
Il pacchetto di quattro ore di scioperi articolati da fare nel prossimo mese, la manifestazione del 16 ottobre, l’assemblea nazionale dei delegati da svolgersi entro il prossimo gennaio per costruire e promuovere la piattaforma per il rinnovo del contratto di categoria promossi dalla Fiom, sono un punto di partenza per allargare il fronte agli altri lavoratori e i settori sfruttati in questa società. Alcuni sono già in lotta, come i precari della scuola. L’unificazione delle vertenze è decisiva in questo momento.
La manifestazione del 16 ottobre non può e non deve essere una manifestazione rituale. I padroni e il governo non si fanno impressionare da 100mila o anche un milione di lavoratori in piazza il sabato. La manifestazione deve essere l’occasione per costruire un percorso che promuova una chiara alternativa a partire dallo sciopero generale contro il Governo e il piano Marchionne.
Il compito della sinistra oggi è rafforzare lo schieramento che sostiene la Fiom nella Cgil e il sindacalismo di classe in generale e sul piano politico aggregare tutti coloro che rifiutano il quadro di una nuova collaborazione di classe così come proposto dal Pd di Bersani o da Sinistra e libertà di Vendola. Soprattutto il Prc dovrebbe abbandonare il progetto senza speranze della Federazione della sinistra e mettere tutte le proprie forze a disposizione della promozione di un partito di classe, partito che può nascere solo sulla base dell’esperienza della Fiom e del conflitto sociale, avanzando quelle proposte e piattaforme che possano coinvolgere il movimento reale in campo su una prospettiva anticapitalista. In questo quadro il Prc ha dunque un compito decisivo, non solo deve sostenere con tutte le proprie forze la Fiom ma spendersi in modo decisivo nella riuscita della manifestazione del 16 ottobre. è necessario dunque prendere le distanze da chi come Lavoro Società, compagni che aderiscono alla Federazione della sinistra, nel Comitato centrale della Fiom hanno sostenuto il documento alternativo presentato dalla destra di Epifani.
Partecipiamo convintamente a questa manifestazione non solo perché stiamo con la Fiom e gli operai della Fiat, ma anche per lavorare a un nuovo progetto politico che miri alla trasformazione della società e alla fuoriuscita dal capitalismo e dalla sua crisi.
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