mercoledì 8 giugno 2011

Poste, il software è un pacco


L'hanno pagato 40 milioni di euro e dopo sei mesi si è scoperto che era bacato: ecco perché negli uffici di mezza Italia in questi giorni ci sono code chilometriche. Sul banco degli imputati Ibm e Hp, ma c'è chi ipotizza un attacco informatico

(07 giugno 2011)
A mezzogiorno nell'ufficio postale di via Usodimare - Roma, quartiere Ostiense - siamo quasi alla rivolta: «Per ogni operazione ci vuole più di un'ora, io devo ritirare la pensione, è da venerdì che ci provo e non ci riesco». E poi: «Questa tecnologia ha rovinato proprio tutto, ma fare le cose a mano no?». E ancora: «Ma perché non usano la macchina da scrivere?».

Tina, Maria, Giuseppe, Carlo e molti altri, la maggior parte pensionati, che in questi giorni sono andati agli sportelli postali e, dopo attese snervanti, sono tornati a casa furiosi.

Alla base di tutto vi è un piccolissimo bug (un errore di software) che sta facendo impazzire i tecnici di Ibm e Hp.

L'Sdp (Service delivery platform) è il nome del programma, è costato circa quaranta milioni di euro e si è impiantato: con la beffa che il vecchio sistema è ancora l'unico a funzionare. Un esperto di sicurezza informatica, che vuole rimanere anonimo, per motivi "istituzionali" dice addirittura di non escludere un attacco informatico dall'esterno che a suo giudizio non verrebbe mai comunicato dalle aziende fornitrici del programma per motivi di cattiva pubblicità.

Comunque la nuova piattaforma di sportello è in funzione dal novembre del 2010 ed è basata su una architettura centralizzata dove la periferia raggiunge il centro attraverso la rete a banda larga. Il vecchio sistema era denominato PGO ed era basato invece su una architettura distribuita sui singoli uffici.

Nel frattempo si muovono le associazioni dei consumatori. Il Codacons, chiederà 50 euro di indennizzo per le attese superiori alle due ore e 25 per ogni altra ora di attesa.

«I disservizi di questi giorni a Poste Italiane sono dovuti a un grave incidente informatico e quindi non è il caso di fare operazioni di sciacallaggio», ha risposto il presidente dell'Autorità della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà: vero, ma qualcuno quel software l'ha acquistato e dovrebbe prendersene la responsabilità, anche economica, rivalendosi poi sul fornitore.

Invece dalle Poste arrivano solo pillole di bromuro: «Il sistema non si è mai bloccato ma solo rallentato», dice il comunciato ufficiale. «La media giornaliera dei servizi erogati è stata superiore sempre ai 5 milioni di operazioni senza peraltro alcun impatto sui canali on line, self-service, ATM e chioschi, che sono sempre stati operativi. Il nostro obiettivo rimane quello di arrivare a ridurre i tempi di rilascio dei nuovi servizi, per semplificare l'operatività e incrementare la sicurezza delle operazioni di sportello».

Per quanto riguarda il software con il baco, si specifica che «il sistema è stato scelto a seguito dell'aggiudicazione di una gara europea vinta da un raggruppamento temporaneo di impresa di cui Ibm è la capogruppo e di cui fanno parte Hp e Gepin». Insomma, autocritica zero, siamo in Italia.

Intanto su Facebook e Twitter rimbalzano a centinaia le proteste dei consumatori. Perfino un rapinatore ignaro dei malfunzionamenti informatici è entrato oggi nell'ufficio postale di Staffoli in Toscana ed è rimasto sorpreso dal magro bottino consegnatogli dalla cassiera.
BRUNETTA, LITE CON DI VICO: E IL GIORNALISTA SE NE VA

ROMA – Renato Brunetta e il giornalista del Corriere della Sera Dario Di Vico hanno avuto oggi un acceso scambio di opinioni, tanto che il cronista ha lasciato la sala accompagnato da applausi e strette di mano. E’ successo in occasione dell'assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio. Il ministro aveva fatto diversi cenni interpretati dalla platea come un riferimento a Di Vico e più in generale al Corriere della Sera. «Non mi piacciono i giornalisti faziosi», ha detto Brunetta in un passaggio del suo discorso, quando parlando delle novità introdotte per i certificati medici ha aggiunto: «Dario Di Vico, non ne hai mai parlato sul tuo giornale». Lo scontro diretto è nato quando il giornalista, che era tra gli ospiti seduti sul palco durante l'intervento del ministro, ha replicato: «Ci hai dato una notizia, la riforma fiscale non si farà visto che hai annunciato una crescita tra l'1,3 e 1,5%». Piccata la risposta del ministro: «La riforma fiscale si farà, lo vedrai nei prossimi giorni, nonostante il tuo giornale ed i tuoi pregiudizi». «Non sono interessato a questa polemica», ha risposto il giornalista, lasciando la sala.

Il Tribunale della Spezia ha giudicato discriminatoria la condotta del Ministero denunciato da uno studente: dovrà ripristinare le ore di sostegno e pagare le spese. Intanto il ministro non riesce a placare la polemica sulla esclusione dalle gare sportive nazionali.

“Condotta discriminatoria” . Così Il tribunale della Spezia ha giudicato la decisione del ministro Gelmini di ridurre le ore di insegnamento di sostegno. Ed è stasta denunciata da uno studente disabile di un istituto superiore della città ligure. Il giudice ha condannato il Ministero a ripristinare le ore di sostegno e a pagare le spese processuali.

I genitori del ragazzo hanno contestato il contrasto fra i tagli della Gelmini e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. “L’articolo 3 della Costituzione – si legge nel ricorso – promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento” e con il provvedimento ministeriale “viene leso il diritto del disabile all’istruzione”.

E intanto non si placa la polemica per l’esclusione degli alunni disabili dai giochi sportivi studenteschi. Tanto che la commissione Cultura della Camera sconfessa il ministro dell’Istruzione presentando una risoluzione bipartisan che chiede lumi. Dopo l’intervento del ministro, che ha bollato come “falsa” la notizia, sull’argomento torna l’Italia dei valori. La prima a chiedere lumi sull’esclusione degli alunni con handicap dalle finali nazionali di Corsa campestre è stata la deputata del Pd, Manuela Ghizzoni, che si è affidata ad una interrogazione parlamentare.

“L’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi sportivi studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo”, tuonava una settimana fa la Ghizzoni. La deputata, in occasione delle finali nazionali di Corsa campestre disputate a Novi (Vi) lo scorso 20 marzo, ha messo sul banco degli imputati la modulistica, inviata dal ministero alle scuole quest’anno, che “non prevede quella abitualmente prevista per gli studenti disabili”.

Chiedendo all’inquilino di viale Trastevere, come “il ministero intenda ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva, quale obiettivo prioritario della scuola dell’autonomia”. “Dall’anno scolastico 2009/2010 - ha risposto la ministra - le finali nazionali dei Giochi si svolgono nelle discipline organizzate dalle rispettive federazioni sportive, a proprio totale carico”. “Tale decisione - prosegue il ministro - deriva da accordi intercorsi con il Coni, per un’equilibrata ripartizione dei compiti e dei relativi oneri finanziari”.

E quindi la frase di rito. “E’ destituita di fondamento la notizia, apparsa su alcuni media, secondo cui i disabili sarebbero esclusi dalla pratica sportiva nella scuola italiana”. “Si tratta - conclude il ministero - di una tesi falsa, usata strumentalmente per ragioni di lotta politica e non per tutelare gli interessi dei disabili”. Ma la risposta non convince il portavoce alla Camera dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando Cascio, che minaccia di portare il ministro Gelmini davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “Valuteremo in sede europea - dichiara il deputato dell’Italia dei valori - se sussistono gli elementi per denunciare il ministro della ‘distruzionè italiana, Mariastella Gelmini, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per la violazione dell’articolo 26 della Carta Ue dei diritti dei disabili”.

“I diversamente abili, infatti - aggiunge Orlando - sono stati esclusi lo scorso week-end dalle finali nazionali italiane di corsa campestre dei Giochi, perché mancavano i moduli per iscriverli alla gara, documenti che il ministro Gelmini avrebbe dovuto inviare alle scuole”. La “dimenticanza” per Orlando si configura come “una grave discriminazione che ricorda di vicino quelle dei nazisti e il silenzio del ministro, che non ha neanche ritenuto opportuno chiedere scusa ai ragazzi e alle loro famiglie, è ancora più grave e ignobile”. Anche i deputati della VII commissione di Montecitorio vogliono vederci chiaro.

La risoluzione chiede al governo di intervenire “per ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni prevista dagli obiettivi prioritari della scuola dell’autonomia, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva”. I deputati chiedono anche un finanziamento ad hoc a favore del Comitato paralimpico “affinché esso possa svolgere con continuità la sua funzione e possa programmare le sue attività”. Bollando l’esclusione di quest’anno come azione “in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità che da sempre costituisce un punto di forza del sistema educativo italiano”.

L’ultima nota ministeriale sui giochi sportivi studenteschi - dello scorso 8 aprile - in effetti dà conto di una certa confusione sul tema e di qualche “dimenticanza”. I Giochi sportivi studenteschi vengono “ormai da anni supportati finanziariamente con risorse provenienti dal fondo della legge 440/97″, quella sul finanziamento dell’Autonomia, si legge nella nota. “Nell’esercizio 2009 il fondo non è stato reso disponibile e la sua utilizzazione è slittata nel corrente esercizio finanziario”, prosegue la circolare. Ma “l’entità delle risorse fruibili per lo specifico fine è stata definita di recente e ciò rende solo ora possibile fornire notizie in ordine alla somma su cui può fare affidamento ciascun Ufficio scolastico regionale.

E’ opportuno precisare - continua - che le somme esposte nel piano di riparto, pur certe nel loro importo, potranno essere erogate soltanto quando la conclusione delle operazioni di variazione del bilancio renderà possibile operare contabilmente”. Ma siamo ad aprile e l’anno scolastico 2009/2010 volge al termine. Viale Trastevere, a questo punto decide di farsi carico delle “spese relative allo svolgimento dei Giochi sportivi studenteschi nelle fasi provinciali e regionali”. Mentre “le finali nazionali saranno organizzate con spese integralmente a carico delle federazioni sportive nazionali che intenderanno effettuarle”. Tuttavia, spiega la nota, “ad oggi, non è ancora esaustivamente definito il quadro delle federazioni sportive che organizzeranno detti eventi”.

E “ritenendo necessario dare priorità alle discipline coinvolte nelle manifestazioni sportive scolastiche internazionali del 2011 (atletica leggera, pallacanestro, nuoto, calcio, tennis, orienteering), gli oneri relativi ai trasporti per le finali nazionali delle summenzionate discipline saranno sostenuti da ciascun Ufficio scolastico regionale con le somme loro assegnate”. Si tratta delle contestate fasi nazionali? Spulciando, inoltre, tra le Norme tecniche sui Giochi, emanate l’anno scorso, si scopre che le fasi nazionali dei Giochi sono previste anche per gli alunni con disabilità, che possono iscriversi “ad una sola delle gare individuali in programma”.

Ovviamente, non per tutti gli sport. Ma a sorpresa tra le discipline di Atletica leggera rivolte ai disabili è prevista la Corsa campestre: proprio la disciplina oggetto della interrogazione parlamentare della deputata del Pd. Ma questo, forse valeva per l’anno scolastico 2009/2010. Per il 2010/2011 non ci sono né note né circolari.

martedì 7 giugno 2011

MI CHIEDO SEMPRE COME FA UNA PARTE DEGLI ITALIANI A VOTARLI, ASCOLTARLI E DARGLI RAGIONE GIUSTIFICANDO OGNI LORO ATTEGGIAMENTO...

Maurizio Crozza a Ballarò del 7 giugno 2011

Referendum 12 giugno. Non farti prendere per il culo

Veronesi venduto
Germania, infezione da colibatteri fecali
Il cetriolo no, il salame neanche, la soia neppure.
sono passati 10 giorni è ancora non abbiamo capito cosa si mettono i tedeschi nel culo...
Dopo il Tg1, che domenica scorsa aveva annunciato il referendum per il "13 e 14 giugno" anche il Tg2 delle 13 ha sbagliato oggi, due volte, la data delle consultazioni. Prima un errore della conduttrice che annuncia il voto per ''venerdì e domenica'' poi, nel servizio, ancora una volta lo slittamento della data: ''13 e 14 giugno'' invece che "12 e 13 giugno".
Vanno in tilt le poste e non riescono a risistemarle! Poi vogliono mettere il nucleare in questo paese!

Maurizio Landini all'Infedele sull'acqua pubblica. 2011 06 06.

BONANNI si schiera a favore del nucleare.....
TESTA DI MINKIA POI TI INCAZZI SE TI TIRANO I POMODORI?..... IO TI CATAPULTEREI KILI DI SCORIE RADIATTIVE ADDOSSO!!
Giorgio Napolitano è “un elettore che fa il suo dovere”, oltreché il presidente della Repubblica accolto in ogni piazza e in ogni teatro - nella nuova Italia della rivoluzione gentile - da ovazioni di popolo. Dunque, dice, andrà a votare. Poiché ci andrà anche sua moglie Clio dobbiamo sottrarre questi due voti ai 25 milioni e 332 mila 487 che servono ad ottenere il quorum. In casa mia siamo in dieci, a votare: coi voti dei coniugi Napolitano fanno dodici. Ne mancano 25 milioni e 332 mila 475. Potremmo tutti insieme cominciare a contare quanti voti portiamo, e vediamo quanti ne mancano al quorum. Rinunciare a votare è un delitto, in democrazia. Io credo che gli italiani l’abbiamo capito benissimo. Sarà una sorpresa per molti svegliarsi il 13 mattina e vedere quanta gente c’è che ha detto: eccomi.

Di certo per tutti quelli che non vedono quella che il giorno del voto abbiamo chiamato, appunto, “rivoluzione gentile”. Ilvo Diamanti ieri la definiva “svolta mite”. Quella. Di quale sia la lezione che ci ha dato il risultato delle amministrative - il clima nel Paese che ha prodotto quel risultato - abbiamo parlato ieri. Le folle che hanno festeggiato i 150 anni dell’Unità d’Italia e il festoso consenso di cui gode il capo dello Stato ne sono altri sintomi. La rabbia anziché esplodere in violenza, come in passato è accaduto, si è trasformata in partecipazione. Il risentimento ha preso il verso della satira, si è fatto ironia. La politica del sorriso ha vinto su quella delle urla. Le parole di senso sugli insulti. E’ una vittoria fragile, va curata e fatta crescere come una pianta: va coltivata. Vi rimando oggi alla lettura di Marco Simoni, sull’interpretazione del voto.
Serve adesso, scrive, un patto chiaro con gli elettori - tra i partiti politici e gli elettori - se si vuole avere la speranza di riuscire ad approvare riforme profonde ed efficaci. “Senza la politica dei progetti e delle idee forti qualsiasi tattica non porta lontano”. Sta parlando del governo che verrà. Non si parla che di questo, del resto.

Al vertice di Arcore nessun accordo con la Lega è stato raggiunto. Nulla di fatto sul fisco, altre promesse - ormai logore - sul federalismo. Una scialba riproposizione della trovata pre-elettorale di portare i ministeri al Nord: non i ministeri, dice adesso il premier, ma “rappresentanze”. Persino sui referendum deve aver capito l’aria che tira: prima ha detto che erano inutili mentre con l’altra mano presentava ricorso. Ora dice che rispetterà la decisione popolare. Bontà sua.
Intanto riesce ad ottenere con Lorenza Lei quel che non ha potuto con Masi: chiudere Annozero, nel suo senile giudizio responsabile del risultato elettorale (come se Santoro non ci fosse stato anche prima, negli anni, come se Santanchè e Belpietro non fossero lì ospiti fissi, come se gli italiani fossero stupidi). E’ un capriccio da Sultano, il secondo dei diktat che gli si ritorcerà, come sempre, contro. Non sotto il profilo economico, certo, che più ascolti perde la Rai e meno vale la pubblicità sulle reti pubbliche più ascolti e più soldi incassano le sue reti Mediaset. Parlo di credibilità e di consenso. E’ che la censura, in generale, è sempre un boomerang. Oltre che illiberale è dannosa per chi la pratica e persino per chi la auspica. Vale per tutti.

Inoltre, Santoro andrà alla Sette portandosi dietro quelli che lo seguono. Ci sarebbe andato anche Fazio, se non gli avessero confermato il programma. Gabanelli, Saviano. C’è sempre un posto dove andare, se hai qualcosa da dire e qualcuno a cui piace ascoltare.
«Abbiamo assistito all'ennesimo tentativo di mettere una toppa su una rottura vera che c'è dentro la maggioranza, ma soprattutto non abbiamo ascoltato una parola per i problemi del Paese». Così Rosy Bindi, presidente dell'Assemblea nazionale del Partito Democratico, commenta al microfono di AgenParl il vertice di ieri ad Arcore tra Silvio Berlusconi, il ministro Giulio Tremonti e gli altri "big" del governo.
- Vuoi che un ladro vada in galera anche se è il Presidente del Consiglio? (SI)

- Vuoi che l'unico posto dove stipare una barra di uranio impoverito sia il culo di chi vuole il nucleare? (SI)

- Vuoi continuare a farti il bidet senza dover usare il Telepass? (SI)

- Vuoi innaffiare le tue piante senza usare Uliveto e Rocchetta? (SI)

lunedì 6 giugno 2011

Le "fatiche" degli onorevoli Riposano due mesi su tre
Alla Camera 39 giorni di aula, al Senato solo 32 e 60 a casa
Il presidente avverte che, secondo le intese intercorse, la trattazione dei restanti argomenti iscritti all’ordine del giorno è rinviata ad altra seduta». Due righe del resoconto stenografico di aula del 31 maggio bastano a fotografare l’ultimo regalino in ordine di tempo con cui si è concluso un trimestre esemplare per l’attività parlamentare: a marzo, aprile e maggio a Montecitorio 39 giorni di lavoro e 53 di riposo, mentre ai senatori è andata pure meglio, 32 giorni di lavoro e 60 di fermo, sabati e domeniche compresi, per carità.

Martedì 31 maggio alla Camera il presidente di turno è Rocco Buttiglione, qualcuno, come Giuliano Cazzola e Savino Pezzotta, celebra pure il quindicesimo anniversario della morte di uno strenuo difensore dei lavoratori, Luciano Lama. Sono passate 24 ore dai risultati dei ballottaggi che hanno tenuto il Paese col fiato sospeso e le Camere chiuse: tutti già scommettono sul «ritorno di fiamma» che la sconfitta alle urne del centrodestra provocherà sulla complessa agenda di lavori parlamentari. E invece l’annuncio di Buttiglione, intorno alle 12, fa tirare il fiato ai 485 onorevoli presenti (su 630) che all’ora di pranzo possono squagliarsela e guadagnare un’altra settimana corta di riposo, complice la festa del 2 giugno da celebrare, che, tra parentesi, si svolge 48 ore dopo.

I capigruppo hanno infatti deciso di rinviare per motivi vari tutti i nodi cruciali: non solo la legge sull’omofobia, voluta dalla piddì Paola Concia e stoppata in commissione dal Pdl con grande sdegno della Carfagna; non solo il decreto sviluppo, con la stabilizzazione dei precari, slittato anch’esso al 13 giugno. Ma anche la verifica sul rimpasto di governo, chiesta dal Colle, sarà votata dal 20 al 24 giugno, dopo il giro di boa dei leghisti a Pontida, dopo i referendum e il più lontano possibile dalla scoppola elettorale del centrodestra. Nemmeno al centrosinistra è andata poi male, perché se pure avrebbe voluto la verifica «a caldo» questa settimana, almeno ha portato a casa uno slittamento del biotestamento, gradito alle curie, a data da destinarsi. E quindi martedì 31, dopo una bella votazione bipartisan sulle regole di voto per i residenti all’estero, tutti a casa, ci si rivede lunedì 6 giugno.

Si dirà, ma a maggio ci sono state le amministrative, 12 milioni di italiani al voto, la campagna «ventre a terra» nei «campanili»: e infatti per dare ai 1000 parlamentari libero sfogo, dal6 al 17 i lavori si sono fermati, così come dal 26 al 30 per tornare sui campi di gioco dei ballottaggi; ad aprile c’era la Santa Pasqua da celebrare ed infatti tutti in famiglia dal 21 al 27; ma anche a marzo una settimana corta ci stava bene: quando se la son presa? Dal 17, giorno delle celebrazioni solenni in aula dell’Unità d’Italia al 23, cinque giorni pieni, dopo aver discusso per mesi se era il caso di regalare agli italiani un solo giorno di festa.

A voler essere pignoli cadendo nella pedanteria, lo spulcio di ogni singola votazione dell’ultimo mese di maggio mostra che in realtà di quegli 11 giorni di lavoro, 4 si riducono a sedute di 40 minuti, di un’ora e cinque, di una mattina o di un pomeriggio, dedicate a interpellanze o all’ascolto di informative del governo su fatti vari. E quanti siano gli «onorevoli» secchioni che si prendono la briga di esser al loro posto in aula in queste occasioni è facile immaginarlo. Obiezione: ma non c’è solo l’aula, sopra il piano terra ci sono tre piani di commissioni e giunte. Vero. E Basta prendere le convocazioni delle 14 commissioni permanenti della Camera per scoprire che le sedute cominciano quasi sempre alle 14 per concludersi spesso alle 14,25 o alle 15, in tempo per l’aula, e questo solo dal martedì al giovedì. Bene che vada, perché a maggio, su 14 giorni di lavoro delle commissioni, stando ai resoconti ufficiali, solo in cinque casi, il 31, 25, 18, 4 e 3 maggio, le 14 commissioni al completo e le giunte erano tutte convocate. Gli altri giorni, un andamento a fisarmonica, una volta una, altre volte quattro, o sette commissioni all’appello.

Dunque fa quasi tenerezza leggere una delle tante interrogazioni, in questo caso della giovane Pd Elisabetta Rampi, che chiede al ministro della Difesa di fare qualcosa per i 350 mila uomini e donne mutilati mentre servivano in varia forma, militare o civile, lo Stato e le istituzioni. Sono gli iscritti all’Unione Nazionale Mutilati per servizio, che seguono con ansia l’iter dei 9 disegni di legge bipartisan mirati a garantire loro una maggiore tutela. Nove documenti che giacciono nelle commissioni di merito, «in attesa di essere discussi ed approvati». Quando il calendario lo consentirà, perché l’usanza in voga da anni è convocare le commissioni nelle pause delle votazioni in aula, visto che il regolamento proibisce la sovrapposizione. Ma non proibisce la convocazione il lunedì mattina, il giovedì e il venerdì, quando l’aula è ferma. E dunque, come si vede, la battaglia di Fini, che voleva istituire tre settimane di lavoro continuato dal lunedì al venerdì ed una settimana di pausa ogni mese per il ritorno nei collegi, è rimasta solo un bell’auspicio. Tanto più che con questa legge elettorale gli onorevoli non sono neanche più obbligati a starsene a casa per curarsi il collegio, perché un collegio non ce l’hanno dall’anno domini 2005
Costi, dispersione, efficienza
i falsi miti dell'acqua privata

In vista dell'appuntamento del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha realizzato un dossier che sfata, punto per punto, tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. Gli acquedotti pubblici non sono affatto dei "colabrodo". E gestione privata il più delle volte fa rima con bolletta salata

MITO numero uno: gli acquedotti "pubblici" sono dei colabrodo. "Falso: secondo i dati di Mediobanca, il peggiore, se consideriamo la dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l'acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in borsa i cui principali azionisti sono il Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez". In vista del referendum del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha pubblicato un dossier "speciale" 1. Lo scopo? Sfatare punto per punto tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. A partire dai costi. Secondo il Conviri (Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), per i prossimi 30 anni servono circa 64 miliardi di euro per la manutenzione e l'ammodernamento delle reti idriche di casa nostra. Due miliardi l'anno, una cifra standard necessaria in ogni caso, a prescindere dall'esito del referendum. Di questi, il 49,7% è diretto al comparto acquedottistico (per nuove reti, impianti e per manutenzione) mentre il 48,3% alle fognature e alla depurazione. A metterci i quattrini dovrebbero essere lo Stato, le Regioni e i Comuni d'Italia dato che quelli - spiega Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia e curatore del dossier Speciale Referendum - sono "soldi delle nostre tasse, gli stessi che vengono usati anche per riparare le strade, per costruire il ponte sullo Stretto o per la Difesa".

Ed ecco sfatato il secondo mito. Con l'ingresso dei privati, la bolletta non si ridimensionerà. Al contrario, ai costi standard appena elencati se ne aggiungono altri. Per fare i lavori infatti (gli stessi che dovrebbero fare gli enti pubblici) le aziende punteranno al risparmio tentando di "scaricare l'investimento sulle bollette, come previsto dalla legge". Dunque, nel conto di ogni italiano saranno inclusi, oltre ai lavori ordinari, "anche gli utili delle aziende", spiega Raitano. La concorrenza tra privati non basterà a contenere i costi. Anzi. In assenza di ulteriori interventi normativi e in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal dl 152/2006, i costi di tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiranno in bolletta. Il business ringrazia. I consumatori non proprio perché - conclude Raitano - pretendere tariffe più basse significherebbe - trattando con dei privati - "necessariamente un blocco degli investimenti".

La privatizzazione della gestione dell'acqua prevista dal decreto Ronchi (numero 135 del 2009) ha dunque di fatto provocato un aumento dei costi. A dimostrarlo sono anche le cifre del rapporto Blue Book 4 che ha pensato di confrontare le tariffe della gestione privata con quelle in house. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l'1% in più). Conferma la tendenza anche l'annuale dossier 5, realizzato dall'Osservatorio Prezzi & Tariffe di Cittadinanzattiva, dal quale si scopre che dal 2008 il costo dell'acqua non ha fatto che aumentare: la media è del più 6,7%, con aumenti del 53,4% a Viterbo (record nazionale), Treviso (+44,7%) Palermo (+34%) e in altre sette città, dove gli incrementi hanno superato il 20%: Venezia (+25,8%), Udine (+25,8%), Asti (+25,3%), Ragusa (+20,9%), Carrara (+20,7%), Massa (+20,7%) e Parma (+20,2%).

In generale, gli incrementi si sono registrati in 80 capoluoghi di provincia ma è la Toscana che si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte (369 euro). Costi più elevati della media nazionale anche in Umbria (339 euro), Emilia Romagna (319 euro), Marche, Puglia (312 euro) e Sicilia (279 euro) mentre capita spesso di trovarsi di fronte a differenze all'interno di una stessa regione: l'acqua di Lucca costa 185 euro in meno di quella di Firenze, Pistoia e Prato. Stessa cosa in Sicilia: tra Agrigento e Catania lo scarto è di 232 euro. D'altra parte, la logica che muove ogni business degno di tale nome - scrive Luigino Bruni, docente di economia politica all'università Milano-Bicocca - è quella di fare utili, possibilmente a breve termine. Il ragionamento fila: "Le imprese private hanno per scopo il profitto. Chi massimizza il profitto non tiene conto dell'ottimo sociale e difficilmente può essere controllato, nemmeno con un meccanismo di sanzioni".

Sul tema dell'acqua poi sembra circolino tanti altri falsi miti. Si dice, ad esempio, che la gestione privata della rete idrica sia molto efficiente. Sbagliato. "Uno dei migliori acquedotti del nostro Paese - spiega Raitano - è quello di Milano, al cento per cento di gestione pubblica, dove l'acqua viene controllata più volte al giorno e le dispersioni sono minime". E' quindi "dogmatico dire che la gestione privata garantisce una migliore gestione della rete. Le esperienze che si sono fatte in questi anni in Calabria, ad Agrigento, a Latina dimostrano che dove gli acquedotti sono passati in mano ai privati c'è stato solo un aumento delle tariffe". E' successo in Calabria, dove alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro si sono visti raddoppiare la bolletta. A San Lorenzo del Vallo, comune di 3.521 abitanti della provincia di Cosenza, il conto è salito da 100 a 190 mila euro l'anno perché - spiega il sindaco - l'azienda che gestisce l'acqua in tutta la Calabria (la So.Ri.Cal) con concessione trentennale ha arbitrariamente aumentato la tariffa del 5%. Una cifra, questa, pari all'intero bilancio del piccolo comune che, non avendo saldato il debito, e stato dichiarato moroso.

Privati o no, la gestione idrica pubblica in Italia sembra aver fallito. Il Belpaese spreca acqua continuamente. Ogni giorno si perdono circa 104 litri di sangue blu per abitante, il 27% di quella prelevata. Considerando ogni singolo italiano si scopre che consumiamo a testa in media 237 litri di liquido al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per giardino, lavaggi auto e cucina, 1% per bere e 6% per altri usi. A fronte di un terzo dei cittadini che non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica, otto milioni di italiani non ne hanno di potabile e 95 milioni di litri di acqua che, ogni anno, vengono usati per l'innevamento artificiale. Dunque il problema - conclude il dossier - non si risolve nemmeno affidando l'acqua ai privati che - per loro natura - tenderebbero a spostare le reti idriche nelle zone d'Italia più fruttuose. Il punto semmai è la totale assenza di un piano normativo, economico ed amministrativo nazionale volto a finanziare e supportare le tecnologie necessarie. In alcune regioni d'Italia mancano ancora gli Ato, ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati. Come quello dell'acqua o dei rifiuti.
(AGI) Roma - "Confindustria finalmente getta le maschera: vuole cancellare i contratti nazionali nel nostro paese, e chiede una legge per permettere ad un'azienda di farlo. Vuole insomma un regolamento delle liberta'": e' questo il commento all'Agi del segretario generale della Fiom Maurizio Landini alle affermazioni di Bombassei, vicepresidente di Confindustria secondo cui i contratti aziendali, sottoscritti con il consenso della maggioranza dei lavoratori, possono sostituire quelli nazionali e che in questa direzione la Fiat rimanendo in Confindustria verrebbe rafforzata.