mercoledì 14 marzo 2012

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Metalmeccanici. Fiom: “Migliaia di lavoratori riempiono piazza San Giovanni. In tutta Italia lo sciopero per la riconquista del Contratto nazionale”

L’Ufficio Organizzazione della Fiom-Cgil ha diffuso in serata il seguente comunicato.

“Migliaia di metalmeccanici in sciopero hanno riempito oggi, a Roma, piazza San Giovanni, mentre la coda del corteo doveva ancora partire da piazza della Repubblica.”

“Una manifestazione grandissima che ha accompagnato l’astensione dal lavoro proclamata per oggi, in tutta Italia, dalla Fiom-Cgil per la riconquista del Contratto nazionale valido per l’intera industria metalmeccanica, Fiat compresa, e a difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.”

“Sciopero e manifestazione hanno confermato la capacità di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici. In molte aziende, l’adesione allo sciopero è stata superiore al 70%, con punte superiori al 90%.”

“I dati provvisori sono pubblicati sul sito della Fiom (www.fiom.cgil.it). I dati definitivi saranno pubblicati nella giornata di lunedì 12 marzo.”

domenica 11 marzo 2012


Ciao Lucio. E un altro pezzo della mia vita se ne va...

I ladri sono tutti stranieri perché quelli italiani si sono fatti eleggere in parlamento!

sLEGAti dalla lega fin che sei in tempo

Maurizio Landini. Verso la manifestazione del 9 marzo

Sciopero Fiom, l'intervento di Paolo Flores d'Arcais

Gallina starnazzante clicca qui per vedere il video

Anche Sinistra Ecologia e Libertà oggi sarà a Roma insieme alla Fiom per difendere l'articolo 18, definito «centrale per la tutela della dignità e della libertà nel lavoro». L'adesione allo sciopero generale dei metalmeccanici è stata ribadita dal coordinatore provinciale Claudio Morselli, durante l'incontro di mercoledì sera nella sede del Parco del Mincio a Cittadella.

Partendo dal principio che i diritti degli operai e dei sindacati devono riguardare l'intera democrazia, Sel rilancia l'opportunità di non diminuire le risorse in campo sociale, nel lavoro e a sostegno dell'occupazione in generale. Su questi temi ha invitato il presidente della Provincia, Alessandro Pastacci, a considerarli prioritari nell'azione di governo, mettendo in campo risorse economiche nel bilancio 2012 «che non siano inferiori al 2011, se non addirittura superiori». Una manovra non facile per Palazzo di Bagno, che dovrà fare i conti con un bilancio dimezzato rispetto all'anno precedente. Il partito si batte anche perché venga introdotto dal governo e dalla Regione il reddito di cittadinanza, che garantirebbe ai cittadini un contributo minimo per vivere dignitosamente, disoccupati compresi. «Non è vero che l'articolo 18 frena l'economia, il motivo della riforma sarebbe soltanto politico – ha osservato Morselli – Venticinque anni fa la busta paga degli italiani era la più alta in Europa, oggi è arrivata all'ultimo gradino».

Per questo Sel chiama a un cambiamento di rotta della politica: «Non deve più essere orientata verso il potere finanziario, ma verso il lavoro, mettendo in agenda un piano di investimenti legati alla green economy e all’innovazione e attingendo risorse dalla sospirata patrimoniale, recuperando circa 200 miliardi di euro» ha detto ancora Morselli.

Cristina Beduschi, componente della segreteria provinciale della Fiom Cgil, ha fatto notare che attraverso l'orario flessibile si vogliono portare da 40 a 60 le ore settimanali lavorative, pagandole però con lo stipendio normale, evitando il ricorso agli straordinari. La manifestazione della Fiom ha ottenuto il sostegno anche della federazione provinciale di Rifondazione Comunista.

INDIANI D'AMERICA - Lay o Lay Ale Loya - Ho bisogno di Te (Native Americ...

O Grande Spirito, la cui voce sento nei venti ed il cui respiro dà vita a tutto il mondo, ascoltami. Vengo davanti a Te, uno dei tuoi tanti figli.
Sono piccolo e debole. Ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.
Lasciami camminare tra le cose belle e fà che i miei occhi ammirino il tramonto rosso e oro.
Fà che le mie mani rispettino ciò che Tu hai creato, e le mie orecchie siano acute nell'udire la Tua voce.
Fammi saggio, così che io conosca le lezioni che hai nascosto in ogni foglia, in ogni roccia.
Cerco forza, non per essere superiore ai miei fratelli, ma per essere abile a combattere il mio più grande nemico: me stesso.
Fà che io sia sempre pronto a venire da Te, con mani pulite ed occhi diritti, così che quando la vita svanisce, come la luce al tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.

Preghiera di Yellow Lark, capo indiano Sioux

Abbiamo i politici che hanno stipendi spaventosi, il Vaticano che ha i miliardi e non paga una tassa e poi ci vengono a chiedere i 2 euro con un messaggino e se non lo fai non hai un cuore... Dove cazzo sta tutta questa gente che predica la pace nel mondo e di aiutare il prossimo. Sicuramente in qualche sala del Vaticano a bere Champagne e mangiare caviale...VERGOGNATEVI !!!

Alberto e Federico sono due ragazzi italiani di trent’anni. Hanno lavorato entrambi in un call center: uno in Italia, l’altro a Buenos Aires. Leggete

Buenos Aires. Lo aspettavi. Finalmente arriva. Un lavoro, qualsiasi, non importa. Ora c'è. Si dice sempre che all’estero è più facile, che c’è più lavoro, che c’è un’altra mentalità. A volte è un luogo comune, però non sempre. E la differenza si percepisce anche in quello che è globalmente definito “il terzo mondo”. In Argentina, per esempio, lavorare in un call center è molto diverso dall’Italia. Diverso il contratto, diversi i diritti, diversa l’assistenza sanitaria. E poi pagano, alcuni anche bene.

Alberto e Federico sono due ragazzi italiani di trent’anni che vivono a Buenos Aires da più di due anni. Entrambi hanno lavorato in un call center, solo che Alberto lo ha fatto in Italia mentre Federico in Argentina. Confrontare le due realtà lavorative è quasi come paragonare il primo e il terzo mondo, invertendo le posizioni.

L’esperienza argentina di Federico. «Dopo il colloquio di lavoro e le visite mediche obbligatorie, ho firmato un contratto tipo da impiegato argentino di base. I primi tre mesi di prova (pagati), e una volta finiti il contratto si è trasformato automaticamente a tempo indeterminato.La paga iniziale è di circa 4000 pesos, circa 700 euro netti di stipendio.

Le prime cinque settimane sono state di formazione all'interno dell'azienda e mi sono state pagate come se stessi già sul posto di lavoro effettivo, con un piccolo taglio dovuto al fatto che la formazione durava sei ore al giorno e il lavoro invece otto. La formazione è a discrezione dell'azienda, lasciata totalmente libera di decidere quando e se farla, di solito coincide con le prime settimane dall'assunzione e quindi con il periodo di prova, che è imposto dallo Stato e dura sempre tre mesi. Avere un contratto implica l'iscrizione obbligatoria alla categoria sindacale corrispondente al tipo di lavoro e garantisce una copertura medica standard. Nel mio caso si tratta di un centro di assistenza al cliente che lavora con l'Italia, quindi l'orario è un po' ostico (4-12 am o, quando cambia l'ora in Europa, dalle 6 di mattina alle 14, ndr) e non è raro vedere qualcuno cedere al sonno nella propria postazione per poi essere svegliato all'improvviso, con relativo sobbalzo e rischio di caduta dalla sedia, da una chiamata». L'orario duro è però compensato dall'ambiente di lavoro ottimo, «perché il call center supporta praticamente tutti i principali paesi d'Europa e quindi mi sono trovato a contatto con ragazzi tedeschi, francesi, africani, argentini e inglesi», conclude Federico.

Un orario duro, quindi, ma che con un paio di ore di riposo nel pomeriggio consente ai ragazzi di svolgere anche altre attività e, soprattutto, garantisce un stipendio fisso di base al di sopra della media - a parità di ore lavorative - che permette di essere piuttosto autonomi. E di cercare un altro lavoro, magari con orari più morbidi. Come ha fatto Federico, che tra poco comincerà a lavorare in un altra società, con un incarico amministrativo, entrerà alle 7.30 di mattina e guadagnerà anche qualcosa in più.

Alberto e il vissuto italiano. «Sono arrivato al call center attraverso un'agenzia di lavoro interinale. Avevo già fatto diversi lavori con l'agenzia e mi ero guadagnato una certa fiducia sulla mia responsabilità e l'impegno, quindi il call center è stato una sorta di premio per me e gli altri migliori iscritti. Dopo una serie di colloqui preliminari ci hanno preso in prova (non pagata) per quattro settimane. Il sistema aveva un aspetto molto moderno: l'azienda possedeva un intero palazzo, noi candidati avevamo accesso al pianterreno dove c'erano ampie sale riunioni. Vedevamo passare chi già lavorava con contratto e saliva ai piani superiori. Il mese di prova era composto da un programma misto: da un lato ti insegnavano a lavorare e dell'altro studiavano le tue capacità e valutavano se eri adatto. Si trattava di un “call center outbound”, ossia uno di quelli in cui devi chiamare le persone per vender loro qualcosa.

Una volta assunti, ci hanno fatto un contratto di sei mesi in cui lavoravamo quattro ore per cinque giorni alla settimana, con uno stipendio da 500 euro. Nel contratto c'erano clausole strane. Ti impegnavi a non iscriverti mai a un sindacato, a non aprire né chiudere le finestre degli uffici, a non aumentare o abbassare l'aria condizionata o il riscaldamento. Tra le prime due ore e le seconde due ore era concesso un quarto d'ora di pausa che poi scoprii dovesse essere rispettato in modo ferreo dato che i ritardi venivano decurtati dalla busta paga. Si poteva andare in bagno in caso di necessità, ma quasi nessuno ci andava perché ti metteva in cattiva luce. I capi ufficio, quasi tutte donne, ti incitavano ad essere dinamico, aggressivo. Se un potenziale cliente si indispettiva per la tua telefonata, ti dicevano di insistere: «Non c'è problema se non hai venduto», ti dicevano, «richiamalo subito».

Si lavorava in una stanza molto grande con tanti piccoli box, separati tra loro da quadri di plexiglass: vedevi in faccia tre colleghi, ma non li sentivi. Quando qualcuno chiudeva una vendita importante, si stampava il contratto e lo si attaccava alla parete del corridoio d'ingresso. I contratti più importanti erano attaccati in alto e si creava una specie di piramide pubblica basata sull'importo della vendita. Le chiamate che facevamo erano ascoltate, a volte ce lo dicevano, a volte no. C'era un software per la gestione del portafoglio clienti, mi ricordo che gli appunti che lasciavi dopo aver chiamato a volte cambiavano, come se qualcuno entrasse con il tuo utente.

Una volta siamo andati ad ascoltare come lavoravano i venditori di gerarchia superiore, che si occupavano di rinnovare contratti già esistenti, non di chiamare sconosciuti come toccava a noi. La maggior parte aveva sviluppato un tono inquisitorio e imponeva la vendita più che convincere l'interlocutore. Una volta scaduto il contratto da sei mesi, solo a pochissimi veniva rinnovato. Ricordo che nel mio gruppo, di 15 persone, solo a una ragazza fu rinnovato. Gli altri, tra cui buoni venditori, furono comunque mandati a casa: alla compagnia conveniva formare nuove leve piuttosto che tenere quelle già istruite alle quali avrebbero dovuto aumentare lo stipendio. Io, comunque, mi ero già licenziato per venire in Argentina».