mercoledì 3 novembre 2010

Eletta Susanna Camusso La Cgil si tinge di rosa

Non è più il tempo di «Riso amaro», quando le mondine alla Silvana Mangano cantavano «Sebben che siamo donne, paura non abbiamo». Non è nemmeno più il tempo di Giuseppe Di Vittorio, quando al teatro Apollo di Firenze (gennaio 1954) concludeva la prima «Conferenza nazionale della donna lavoratrice» prendendosela con quanti accusavano le donne di andare a lavorare solo per poter comprare «calze e rossetto». Esclamava il segretario della Cgil: «Noi vogliamo conquistare per tutte le donne del popolo anche le calze di seta!» Non è nemmeno il tempo in cui (sempre anni ‘50) un intellettuale d’avanguardia come Gianni Toti, direttore del «Lavoro», settimanale della Cgil, litigava con la redattrice Lietta Tornabuoni che detestava la tendenza a mettere «donnine» in copertina. Tutto è cambiato rispetto ad allora. Non c’è più la calata in massa delle mondine nelle risaie. Mentre le lavoratrici che producono proprio anche le calze, come le operaie dell’Omsa, si vedono portare via il lavoro ricollocato in Serbia. E si è allargata enormemente la platea delle donne lavoratrici. Una platea che ha combattuto strenuamente anche per avere una rappresentanza adeguata.

Così ora in Cgil sulla sedia occupata da Di Vittorio va a sedersi proprio una donna, Susanna Camusso. Epilogo di una lunga marcia nel cuore di un’organizzazione che pure è considerata un tempio del conservatorismo.
Certo all’inizio, nei gruppi dirigenti del principale sindacato italiano, c’erano solo maschi. Dalla data di nascita (1906) sono trascorsi oltre 70 anni prima che una donna, Donatella Turtura, fosse chiamata da Luciamo Lama a far parte della segreteria confederale. Un salto di qualità che aveva però visto altre donne conquistare un primato nelle categorie. Così Teresa Noce segretaria dei tessili nel 1947. Un’industria prettamente femminile ma dove i primi segretari erano stati (1945) tre uomini. Altre donne importanti, sempre nei tessili, erano state Lina Fibbi e Nella Marcellino (chiamata poi a dirigere gli alimentaristi).

Oggi le donne in Cgil sono circa il 50% degli iscritti, il 46% nei lavoratori attivi. Hanno circa la metà dei delegati nelle assemblee e nei comitati direttivi. Sono alla guida di numerose Camere del lavoro e strutture regionali nonché di categorie e organismi nazionali (pensionati con Carla Cantone, funzione pubblica con Rossana Dettori, agroindustria con Stefania Crogi, lavoro atipico e precario con Filomena Trizio, l’Inca con Morena Piccinini). Dopo l’esperienza dei coordinamenti femminili (e prima delle commissioni femminili e dell’ufficio lavoratrici) sono state adottate le cosiddette quote. Prima nella funzione pubblica come ha ricordato Valeria Fedeli, poi nel 1986, sotto, l’egida del segretario generale Antonio Pizzinato, con il 20% dei posti assegnati in comitati direttivi e segreterie. Ed ecco il balzo nella segreteria confederale diretta da Bruno Trentin nel 1990 di tre esponenti del mondo femminile: Maria Chiara Bisogni, Anna Carli, Fiorella Farinelli. Con Sergio Cofferati il raddoppio con sei donne: Carla Cantone, Titti Di Salvo, Nicoletta Rocchi, Marigia Maulucci, Morena Piccinini, Paola Agnello. Ora, l’ascesa di Susanna Camusso. Siamo alla scalata finale.

È possibile ritrovare nel tempo l’impronta continua del movimento sindacale femminile e delle sue protagoniste. Alcune delle quali poco conosciute come Argentina Altobelli (tra i fondatori della Federazione nazionale dei lavoratori della terra), l’operaia Abele Bei (sindacato tabacchine), la maestra Clementina Galigaris, la sarta Rina Picolato.
Le donne c’erano «ma invisibili» ha scritto Maria Luisa Righi (un saggio nei volumi «Mondi femminili in cento anni di sindacato», Ediesse). L’opinione pubblica sentiva parlare o leggeva di «una massa indistinta di lavoratori, classe operaia, uniforme e asessuata». Solo attraverso le fotografie si vedranno «tante ragazze, le gonne corte e i capelli curati, sorridenti e festanti per le vittorie conseguite».

Generazioni e generazioni di lavoratrici e dirigenti promotrici di battaglie sindacali per il diritto al lavoro delle donne, per la tutela della maternità, per la tutela dell’infanzia, per la parità salariale tra donne e uomini a parità di mansione e di lavoro. Alcune le ho conosciute personalmente come la Donatella Turtura incontrata a Genova nel 1987 mentre affrontava senza tremori un’assemblea infuocata dei «camalli» di Paride Batini molto polemici con la Cgil. O Nella Marcellino che mi ha fatto leggere in anteprima un suo libro di memorie («Le tre vite di Nella», a cura di Maria Luisa Righi, edizioni Sipiel) dove racconta gli scioperi del ’43 e la conquista del diritto d’assemblea nelle fabbriche alimentari nel 1968. Un ruolo decisivo di queste donne anche per leggi come quella sul divorzio nel 1970, sulla tutela delle lavoratrici madri e per gli asili nido nel 1971, sulla riforma del diritto di famiglia nel 1975 e sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza nel 1978. I benedetti anni 70.
Una presenza determinante. Eppure oggi, come ha avuto modo di annotare proprio Susanna Camusso per molti il metro è ancora quello per cui una donna è brava «se ha le palle». Ovverosia se assomiglia al maschio. Speriamo che oggi non si aspettino solo uno sforzo mascolino, quanti guardano con malizie e sospetti alle scelte della nuova Cgil del dopo Epifani. Sarebbe auspicabile invece, una strategia all’altezza dei tempi, in un paese quasi allo sfascio, senza governo e senza politica, e quindi spesso addirittura senza interlocutori contro cui scioperare. Magari avendo sott’occhio un altro verso di quell’antica canzone delle mondine: «E la libertà non viene, perché non c’è l’unione».

PARLANO GLI UOMINI DI SCORTA

PARLANO GLI UOMINI DI SCORTA.

FACCIAMO UN COPIA-INCOLLA DI QUESTO ARTICOLO DE “IL FATTO” IN QUANTO LO RITENIAMO UN ATTO DI DENUNCIA CIVILE.PER QUESTO VI INVITIAMO A PUBBLICARLO SULLE VOSTRE BACHECHE SUI VOSTRI BLOG.


TUTTI DEVONO SAPERE CHE UOMINI DELLE FORZE DELL’ORDINE SONO SOTTRATTI AI LORO COMPITI ISTITUZIONALI PER FARE DA “ACCOMPAGNATORI” ALLE PUTTANELLE DEL SULTANO, QUESTA SAREBBE LA POLITICA DELLA SICUREZZA PER NOI…

“Non ne possiamo più. Non siamo diventati carabinieri per fare la guardia alle sue puttanele. Molti nostri colleghi sono morti mentre facevano la scorta a magistrati o politici che difendevano lo Stato. E noi, invece… È mai possibile essere ridotti cosi?”. A parlare sono alcuni “ragazzi” dei servizi di scorta. Carabinieri allenati a difendere le “personalità” loro affidate fino a mettere a rischio la propria vita. “Ma qui ci fanno fare i tassisti dei festini. Per questo, dopo essere stati tanto zitti e obbedienti, ora vogliamo, a nostro rischio, far sentire la nostra voce”. Cominciano i racconti, che si incrociano, si intrecciano e si sommano.
“LE FESTE si tengono nei giorni del fine settimana, dal venerdì al lunedì. Molte sono proprio di lunedì. Nell’estate si moltiplicano. Noi accompagniamo le personalità fino alla villa e poi aspettiamo fuori. Vediamo un giro di ragazze pazzesco. Arrivano con vari mezzi. Moltissimi Ncc, le auto a noleggio con conducente. Alcuni pulmini, di quelli da 10-15 posti. Una volta abbiamo visto alcune ragazze scendere da due fuoristrada di quelli massicci. Che ne sappiamo noi di che cosa succede là dentro? Ce li immaginiamo, magari fanno uso di droghe o infrangono la legge e ridono di noi, dicendo: noi siamo qua al sicuro, abbiamo anche i carabinieri che ci proteggono. E che gente c’è a quelle feste? Noi per arruolarci nell’Arma dobbiamo dimostrare di essere puliti per due generazioni, i nostri padri e i nostri nonni, e finiamo a far la guardia a gente che magari pulita non è”.CI È CAPITATO di fare missioni all’estero e di incontrare colleghi stranieri che fanno il nostro stesso lavoro: ci sfottono per questa storia delle feste, delle ragazze. Ma è mai possibile che dobbiamo vergognarci, noi che vorremmo lavorare per le istituzioni e difendere lo Stato? Abbiamo orari massacranti, turni di otto ore al giorno che spesso diventano dodici. Facciamo anche 120 ore di straordinario, ma ce ne pagano al massimo trenta, a 6 euro e mezzo all’ora, più un buono pasto da 7 euro. Va bene, non ci lamentiamo, è il nostro lavoro. Ma lo vorremmo fare per lo Stato, non per questa vergogna. Vorremmo proteggere le personalità delle istituzioni, non gente che ci fa vergognare davanti al mondo”.“Comunque non ci lamentiamo del nostro stipendio. Solo ci chiediamo se è giusto che una ragazza giovane e carina senz’altra esperienza politica prenda 15 mila euro al mese, lui qualche volta è venuto a salutarci, a raccontaci qualche barzelletta. Una volta ci ha fatto, ammiccando, una battuta: ‘Eh, beati voi che adesso andate a casa a dormire, a me invece tocca trombare’. Un’altra volta ci ha portato qualche ragazza e ce l’ha presentata. Una notte ci ha mandato una ragazza che ci ha fatto la danza del ventre…”. “A fine serata riportiamo le personalità a casa. Vediamo alcune ragazze uscire e tornare verso casa, altre restano nella villa per la notte. Capita che dobbiamo scortare personalità che fanno il giro a riaccompagnare le ragazze nei residence L’ultima magari se la portano a casa. E noi dobbiamo accompagnare la nostra personalità fino alla porta dell’appartamento: è imbarazzante salire in ascensore con un signore anziano e una ragazzina. Pensiamo alle nostre figlie e diciamo che non ci piace questo mondo. Sarà moralismo, ma non ci piace”.

IL NUOVO SEGRETARIO CGIL

''Grazie a tutto il direttivo, grazie a chi ha sostenuto questa ipotesi e a chi l'ha contrastata. Il compito che avrò è essere il punto di direzione di tutto e di tutti''. Così Susanna Camusso ha iniziato il suo discorso rivolto al direttivo della confederazione. Visibilmente commossa, ha detto che ''davanti al sindacato c'é un'avventura difficile, non solo per l'attacco alla Cgil ma anche per lo stato in cui si trova l'Italia. Dobbiamo pensare ai lavoratori che attendono risposte'', ha affermato. Se gli 8 anni appena trascorsi sotto la guida di Guglielmo Epifani sono stati difficili, ''riapriamo con un mandato altrettanto difficile''. Punti di riferimento del nuovo mandato della confederazione saranno lealtà e fiducia: ''La lealtà - ha proseguito Camusso - sarà il tratto del gruppo dirigente. E la fiducia è un punto di riferimento per le nostre azioni''. Successivamente, rispondendo alle domande dei giornalisti, Camusso ha chiarito che l'unità con Cisl e Uil "resta un punto di riferimento". Il principale responsabile delle divisioni, ha affermato, è il governo, che "non fa nulla per il paese" ma "ha scientemente lavorato per dividere i sindacati e utilizzato la crisi per peggiorare le condizioni dei lavoratori. Lo ha fatto senza nemmeno fingere un confronto con il sindacato. Questa è l'anomalia di questo paese". Ragione per cui, "non c'è stato nella storia del sindacato un periodo così buio nei rapporti con gli altri sindacati", ha sottolineato.La leader della Cgil si mostra però fiduciosa per il futuro, e ha assicurato che la sua organizzazione lavorerà "su come riprendere il filo", innanzitutto "definendo norme sulla rappresentanza e democrazia sindacale". Camusso ha aggiunto che "le divisioni determinano sempre un deficit di risultati per i lavoratori. La nostra ambizione storica è l'unità sindacale", ha ribadito.
Un auspicio condiviso dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni: "Davvero che con l'elezione di Susanna Camusso i rapporti tra le grandi centrali confederali possano migliorare ed evolvere verso un percorso unitario, senza settarismi e ideologismi, attraverso un confronto rispettoso ed efficace del pluralismo sindacale, che rimane una grande ricchezza del nostro Paese".

Addio alle borse .

Ridotti i fondi per gli atenei: per il 2011 la Gelmini prevede solo 26 milioni. Oltre 180 mila studenti hanno diritto all'assegno, ma otto su dieci non lo riceveranno.

Un taglio ai finanziamenti del 90%. Un'altra morte per mancanza fondi, nella scuola ai tempi della Gelmini, dopo la riduzione del tempo pieno, la cancellazione delle graduatorie dei ricercatori, la soppressione di alcuni atenei. In due anni, con il colpo d'accetta tirato lo scorso 14 ottobre sul tavolo del penultimo Consiglio dei ministri, l'ammontare in euro delle borse da erogare è passato da 246 milioni a 25,7. Un -89,55% che peggio di così c'è solo la loro soppressione. E nel 2012 si arriverà a 13 milioni scarsi trasformando la borsa universitaria in un premio per élite scelte. Così oggi su una platea di 184.034 aventi diritto, l'80 per cento non prenderà quei mille, a volte duemila euro (si decide per bandi regionali) che spesso rappresentano una necessità per gli studenti che li ricevono. "Con una borsa di studio, oggi, non si studia, ci si mantiene", racconta Claudio Riccio, universitario della Link, "si paga un pezzo dell'affitto se si vive fuori dalla propria sede naturale, si pagano pranzi e cene lontane dalla mensa convenzionata, l'abbonamento mensile alla municipalizzata trasporti". Libri, dispense, aggiornamenti, viaggi di preparazione restano fuori da una borsa di studio, che a tutto serve meno che a studiare.Chi ha un reddito familiare (della famiglia di provenienza) sotto i 17mila euro, oggi può accedere alla possibilità di un finanziamento pubblico. E se ottiene medie scolastiche sopra la media, può entrare nella graduatoria degli aventi diritto. Nella maggior parte dei casi inutilmente: per otto studenti su dieci non ci sono soldi. Tra l'altro, le graduatorie regionali del 2010 sono per definizione amministrativa "definitive non confermate". Cioè, non valgono nulla fin qui: l'autunno è inoltrato e gli studenti d'ateneo ancora non sanno a chi toccherà lo scalpo della borsa di studio.

CROZZA E IL CUBO DI RUBY - BALLARO' del 02/11/2010

Nichi Vendola risponde a Berlusconi sulla volgarità contro i gay (TG3, 2...

martedì 2 novembre 2010

ROMA - Il Popolo Viola torna in piazza perchè non è più disposto ad accettare la vergognosa situazione che come un uragano si sta abbattendo nel panorama politico nazionale.

Insomma "Siamo alla frutta" - come recita il loro comunicato -, il nostro Paese è piombato in una situazione politica, sociale, economica e culturale non più sopportabile. Anche un bambino si accorgerebbe che l’Italia è allo sbando: ad una crisi economica sempre più pressante si aggiunge una crisi democratica che è diventata palese."

E’ arrivato il momento di fermare questa spirale di degrado e malcostume .
Per questo motivo il movimento viola chaima a raccolta tutti coloro che hanno a cuore il futuro democratico del Paese. L'appuntamento promosso dal Popolo Viola è fissato per lunedì 8 novembre, dalle ore 15.

clicca sul link per vedere il video

“Premier pericoloso ed incivile”. Bersani prova ad avvertire l’Italia

Abbiamo un premier pericoloso ed incivile”. Il leader del Pd Pier Luigi Bersani prova ad avvertire l’Italia, prova a dare la scossa ad un Paese che secondo lui “sta uscendo dall’Occidente diventando lo zimbello del mondo intero”.

“Siamo un Paese senza governo. Non siamo un Paese normale, siamo nel caos”. La scossa di Bersani è fatta di parole dure che analizzano la situazione politica alla luce del caso Ruby e delle dichiarazioni di Berlusconi che ha detto “meglio andare con le donne che con i gay”.

”Da un punto di vista morale Berlusconi porte il Paese a una regressione paurosa. La donna – ha proseguito Bersani – è il dopolavoro del maschio, gli omosessuali sono da disprezzare e sui minori si ragiona così: li salvo dalla polizia per salvare me stesso, dopo li rimetto sulla strada”.

”Giorno dopo giorno questo centrodestra, Berlusconi in testa, porta il Paese nel caos. Siamo all’ingovernabilità. Berlusconi nasce nel discredito della politica e intende morire nel discredito della politica”, attacca Bersani, paragonando il premier a ”Sansone che vuole abbattere tutto con sotto i filistei”.

”Non è vero che noi pensiamo a tradimenti e ribaltoni. Questo centrodestra ha portato il Paese nella palude, loro devono dare conto del loro colpo di Stato, perchè hanno tradito il Paese e portato alla deriva sociale, economica e morale”, continua Bersani.

”La nostra preoccupazione – afferma Bersani – è che la situazione del Paese venga sottovalutata nel flusso cronachistico e anche un po’ pecoreccio. Per fortuna c’è una spaccatura totale tra questo governo e la società italiana”.

Poi Bersani torna a parlare della legge elettorale, una legge che “va cambiata perchè intacca duramente la Costituzione e la democrazia”. “Maroni deve inoltre presentarsi in Parlamento”, è l’appello del segretario del Pd.

Nichi Vendola - videolettera a Silvio Berlusconi - Il teatro della virilità

Berlusconi e i gay, la battuta omofoba fa il giro del mondo

E’ dura la critica della stampa estera all’affermazione sugli omosessuali resa stamane da Silvio Berlusconi al Salone internazionale del ciclo e del motociclo. “E’ meglio essere appassionato di belle donne che essere gay“, ha detto il presidente del Consiglio per difendersi dalle polemiche innescatasi dopo lo scoppio del caso Ruby.

ECCESSO DI MASCHILISMO – Parla di “mancanza di eguaglianza” ed “eccesso di mascilismoEl Mundo, che sottolinea come il nostro sia “uno dei paesi più sessisti in Europa, dove le donne sono assenti dai tavoli delle imprese e nei posti di comando che contano e dove le donne diventano ministro (almeno nel caso dei governi Berlusconi) per il loro bel viso“. “In Italia - si legge tra le righe – non c’è una legge sulle coppie di fatto e tutti i tentativi per cercare di realizzarne una (l’ultima volta durante il governo Prodi) sono stati silurati dalla Chiesa. Inoltre negli ultimi mesi si sono verificati numerosi attacchi contro gli omosessuali a causa del loro orientamento sessuale. E i pochi che si dichiarano pubblicamente gay (ad esempio Dolce e Gabbana e Franco Zeffirelli) si dicono cattolici e contro il matrimonio gay“. Pesante l’affondo sul Premier: “Il Cavaliere si sforza di trasmettere un’immagine stereotipata con donne vestite in abiti succinti e piene di ceurve e gay quasi inesistenti

OMOFOBIA - Publico.es, intanto, ricorda anche la vicenda Ruby e pubblica lo spot contro l’omofobia lanciato dalla Presidenza del Consiglio e del Ministero per le Pari Opportunità. Le Parisien parla di uscita “omofobica” del premier italiano per “rispondere agli scandali“, e riporta le dichiarazioni infuocate dell’opposizione, in particolare quelle del leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Anche l’Huffington Post ricostruisce il caso Ruby e parla anche dei problemi politici legati alle esternazioni del Cavaliere e alla sua posizione nella vicenda della giovane marocchina ospitata nella sua villa di Arcore per partecipare ad una festa. Vengono riportate le pesanti dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini: “Credo che ci siano molti dubbi nel dire che la vicenda della minorenne marocchina rilasciata dalla questura a seguito di una telefonata dalla presidenza del Consiglio e’ una vicenda che dimostra disinvoltura, malcostume, e un uso privato del potere pubblico. Mi auguro che non sia vero cio’ che e’ stato riportato“.

TANTI SCANDALI – Il Daily Mail online ricostruisce tutti gli scandali che hanno coinvolto Berlusconi negli ultimi anni: “Lo scandalo Ruby è l’ultimo di una serie iniziata 18 mesi fa quando fu rivelato che Berlusconi aveva avuto un rapporto discutibile con una 19enne modella, Noemi letizia. Successivamente la escort Patrizia D’Addario ha rivelato di essere stata a letto col Premier“. “Berlusconi alla resa dei conti con i suoi avversari dopo l’ultimo scandalo” titola il giornale. Le dichiarazioni indignate dei rappresentanti dell’Arcigay rimbalzano anche all’estero di testata in testata. Anche Bloomberg riprende le dichiarazioni del presidente Paolo Patanè: “E’ inaccettabile che un capo di Governo, in una situazione di palese difficolta’ a causa delle sue passioni senili, faccia emergere un atteggiamento macista e volgare con una dichiarazione del tutto prova di senso dell’opportunita’ che chiama in causa gay, lesbiche e trans“.

CGIL, volgari e vergognose le affermazioni di Berlusconi contro i gay e le donne

Affermazioni “infime”, quelle espresse oggi dal Presidente del Consiglio, contro i gay e le donne, parole che secondo la CGIL “danno forza a violenza e discriminazione, offendendo le persone e il mondo civile che si batte per uguali diritti per tutti i cittadini e tutte le cittadine”.

“Ancora una volta Berlusconi rovista tragicamente nel grottesco, tentando di distogliere l'attenzione dalla sua incapacità di governare e di dare risposte ai problemi del Paese, dopo aver respinto per anni le istanze di riforma del diritto di famiglia e l'affermazione dei diritti umani e civili di gay, lesbiche e trans nel nostro Paese, che meritano innanzitutto rispetto”, hanno dichiarato Vera Lamonica, Segretaria Confederale CGIL e Gigliola Toniollo, responsabile dell'Ufficio Nuovi Diritti dell'organizzazione sindacale.

“Come in altre occasioni - hanno aggiunto Lamonica e Gigliola - ognuno tuttavia è perfettamente in grado di separare giuste rivendicazioni di libertà personale dallo squallore indegno di certe battute e condotte personali molto lontane dalla dignità e dal senso dello Stato che ci si aspetta da un Presidente del Consiglio”.

Le bugie e i silenzi di Marchionne. Intervista a Maurizio Landini

Se Marchionne è un metalmeccanico tu cosa sei, un finanziere? Un rentier? Ride Maurizio Landini, travolto in un vortice di riunioni sindacali, trattative, assemblee, talk show: «È vero, è un metalmeccanico. Anzi è 435 metalmeccanici, visto che guadagna 435 volte più di ciascuno di loro». Landini riesce a trasmettere messaggi positivi e credibili perché, per dirla con Gramsci, è «in connessione sentimentale con il suo popolo». Ma il suo dna lo mette in sicurezza: il segretario generale della Fiom è innanzi tutto un operaio.

Marchionne è andato in tv e ha detto a Fabio Fazio che lui è un metalmeccanico e l'idea di «scendere in politica» non gli passa per l'anticamera del cervello. E a Landini, così corteggiato dalla sinistra? Altra risata: «La mia esperienza è di sindacalista, altro non mi interessa. Sulla politica posso solo esprimere la speranza che i partiti ricomincino a occuparsi di lavoro, sempre che vogliano rappresentare chi lavora. Sta in questa lacuna che dura da troppo tempo la prima ragione della crisi della sinistra». Il segretario risponde punto per punto alle considerazioni di Marchionne: «Il suo non era un messaggio forte. È segno di debolezza dire bugie sulle condizioni di lavoro, sugli accordi e tacere sui contenuti, sul piano industriale, sugli investimenti che non partono e i nuovi modelli che slittano al 2012».

Landini, come valuti l'intervista di Marchionne a «Che tempo che fa»?Marchionne ha detto cose inesatte sulle condizioni di lavoro, sugli accordi, sull'assentesismo e sulla produttività. Non è vero che a Mirafiori esista un accordo che riduce la pause da 40 a 30 minuti: le pause sono tre, rispettivamente da 15, 15 e 10 minuti per un totale di 40 minuti. Non è vero che dall'Italia non viene un euro - o un dollaro, se preferisce - di utili perché Ferrari fa utili, così come Iveco, Cnh, Sevel. Dal grosso dell'auto non vengono utili e neanche fatturato, perché a farla da padrona è la cassa integrazione. Non è vero che l'assenteismo è alto a Pomigliano, in pochi anni è sceso al 3,7%. Come fa a dire che Melfi non è produttiva, se fino a pochi mesi fa la si presentava al mondo e agli Usa come fiore all'occhiello della Fiat? Poi c'è quel che Marchionne non ha detto: nulla sui nuovi modelli, nulla sui tempi, nulla sui progetti e sugli investimenti.

Tu la butti in politica, mentre Marchionne ha detto che la Fiom in Fiat non conta niente, non più del 12%.Degli iscritti, non dei sindacalizzati. Se fossimo ininfluenti, che problema ci sarebbe? Marchionne potrebbe andare avanti tranquillo. Ma non è così: tra i lavoratori, a Pomigliano come in tutti gli altri stabilimenti, c'è una grande preoccupazione, un dissenso forte contro un modello produttivo basato sullo scambio tra lavoro - solo ipotetico - e diritti certi. Nessun investimento è partito, neanche un euro è stato speso in Italia e i nuovi prodotti sono in grave ritardo. La Fiat sta perdendo vendite più degli altri, riduce la sua quota in Italia e in Europa. Gli altri produttori investono su ricerca e nuovi modelli, ciò significa che quando anche ripartisse la domanda la Fiat si troverebbe ancora in difficoltà. Altro che triplicare la produzione in Italia. Se aspetti tempi migliori per investire sei bell'e finito. E la cosa di cui Marchionne si vanta, che non ci sia alcun intervento pubblico sull'auto, e penso soprattutto alla ricerca su prodotti socialmente ed ecologicamente compatibili, non è un pregio ma un problema. Tutti gli altri stati stanno investendo, Obama docet.

Cosa vuole la Fiat: abbandonare l'Italia, perché sotto sotto Marchionne si aspettava un rifiuto da parte di tutti i sindacati del piano impresentabile di Pomigliano? Oppure vuole solo la firma, la complicità, della Fiom?Marchionne sa che senza consenso di tutti i sindacati e della maggioranza dei lavoratori non si governa. A Pomigliano ha tentato di imporre un sistema senza vincoli per competere al ribasso. Ora le cose non funzionano e sa che il problema principale non è la Fiom, ma la sua stessa politica. Marchionne è molto preso negli Usa con la Chrysle e fa lo spin-off separando l'auto dal resto della Fiat, dalla parte cioè che ha sostenuto i suoi bilanci. Temo un depotenziamento dell'auto in Italia con l'obiettivo di trasformare la Fiat-Chrysler in Chrysler-Fiat. Perciò dà per fatta la chiusura di Termini Imerese e magari a seguire quella di altri stabilimenti italiani. Per noi la partita Termini è completamente aperta.

Ma insomma, la volete riaprire o no una trattativa con la Fiat?Fosse dipeso da noi non l'avremmo mai chiusa. Vogliamo trattare, discutere le scelte di politica industriale, i modelli, gli stabilimenti, l'occupazione. Anche l'organizzazione del lavoro, ma non a prescindere. Non sotto ricatto «o stai alle mie regole o chiudo tutto e chi s'è visto s'è visto». Se faranno la Newco costringendo i lavoratori a firmare le sue clausole incostituzionali prima della riassunzione, saranno responsabili di una clamorosa violazione delle regole democratiche.Fim e Uilm sono in imbarazzo di fronte all'emnnesimo schiaffo di Marchionne a cui hanno firmato una cambiale in bianco.

Cosa diresti loro?Avete abbandonato una posizione unitaria invece di andare avanti insieme per raggiungere un accordo migliore, rispettoso dei lavoratori e delle leggi. Ora valutate quel che accade: Marchionne scarica anche su di voi responsabilità che sono sue. Ripartiamo dai lavoratori, restituiamo la parola e le decisioni agli interessati, facciamoci dare un mandato a trattare con la Fiat. La strada degli accordi separati e delle deroghe ai contratti non porta da nessuna parte. Né fa bene alla Fiat.

La Fiat sta perdendo tutte le cause.In pochi giorni si è presa due condanne per antisindacalità, a Melfi e Torino. È una buona notizia che l'impiegato licenziato a Mirafiori abbia ripreso il suo lavoro. Ma a Melfi i tre licenziati sono fuori. Se Marchionne cerca il confronto dovrebbe far prevalere il buonsenso sulla prepotenza.

Il 16 c'è stata una grandissima manifestazione promossa dalla Fiom con al centro i diritti che ha coagulato il consenso e la partecipazione di ampi strati di popolazione. È stata una meta o l'avvio di un cammino comune?Il 16 c'è stata una grande novità, anzi due. Il lavoro ha riconquistato una giusta visibilità e ha avuto la capacità di unire studenti, precari, movimenti, soggetti sociali sofferenti, migranti su un'idea diversa di società. Da piazza San Giovanni si sono alzate molte domande a cui dobbiamo rispondere. Come Fiom lo faremo in fabbrica, difendendo l'occupazione, la condizione e i diritti dei lavoratori. Più in generale penso che la Cgil debba assumere la domanda di cambiamento e costruire un percorso che, attraverso la manifestazione del 25 novembre, arrivi alla proclamazione dello sciopero generale. Rimandando al mittente l'idea della Confindustria che in nome della produttività vorrebbe cancellare tutto, contrattazione e diritti. È una ricetta sbagliata, nessun confronto può ripartire senza riconosce pari dignità al lavoro e alle imprese.

La Cgil ha colto questo messaggio, della piazza e della Fiom?Emerge la volontà di riflettere, ma serve più coraggio: lo sciopero generale va deciso ora e deve effettuarsi in tempi utili a produrre risultati.

Che vuol dire in tempi utili?Vuol dire entro l'anno. La seconda cosa che mi aspetto dalla Cgil è che faccia propria fino in fondo la battaglia per la democrazia nei luoghi di lavoro: ogni piattaforma e ogni accordo, per avere valore devono essere discussi e votati dai lavoratori.

Guido Viale ha scritto sul manifesto una lettera aperta alla Fiom per proporre un'alternativa all'auto e al modello di basato sulla mobilità individuale a quattro ruote. Cosa rispondi?Viale affronta un tema importante che richiede cautela. Sono convinto anch'io che la pura estensione del modello attuale, ammesso che sia praticabile, provocherebbe un disastro di proporzioni globali. Il prodotto su cui incentrare ricerche e battaglie non può più essere semplicenente l'auto ma la mobilità. Ciò premesso, sai quante persone lavorano alla costruzione di automobili nel mondo? 12 milioni. Allora parliamo di quali vetture costruire, di quali propulsori, di elettricità, dunque di ricerca e innovazione. Insieme alla costruzione di un nuovo modello di mobilità dobbiamo creare alternative occupazionali certe per chi oggi assembla carrozzerie e motori. Solo da una discussione concreta può partire la costruzione di un nuovo modello di sviluppo.

lunedì 1 novembre 2010


Buon compleanno DIABOLIK

Vale milioni di volte la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra.

(Ernesto Che Guevara de la Serna)

Caso Ruby, Ghedini: “Gravissimo pensare che il premier abbia compiuto un reato”

”Continua una incredibile strumentalizzazione di una banale telefonata, quando i fatti sono ormai ampiamente chiariti. Di una vicenda assolutamente priva di ogni connotazione negativa si sta tentando di creare un caso mediatico e per alcuni addirittura giudiziario. Sarebbe davvero gravissimo, anche se contro il presidente Berlusconi ormai si è assistito nel corso degli anni alle più assurde fantasie, che qualcuno potesse costruire artificiosamente ipotesi di reato così come suggerito da certa stampa, su un comportamento che non può che essere valutato come caratterizzato da contenuti assolutamente positivi”.

Lo afferma in una nota l’avvocato del premier Niccolò Ghedini, a proposito del ‘”caso Ruby” sottolineando che ”quando saranno resi noti gli atti documentali e testimoniali sarà agevole comprendere la risibilità degli attuali assunti giornalistici. A meno che non si tratti ancora una volta dell’ennesima montatura mediatico-giudiziaria tesa all’unico fine di screditare il Presidente del Consiglio, è evidente che presto sarà tutto da ritenersi insussistente e privo di ogni base fattuale”.

La festa di Ognisanti non si preannuncia serena e di raccoglimento religioso per il primo ministro Silvio Berlusconi, nell’occhio del ciclone Ruby.

Mentre il mondo della politica si dilania sul tema governo tecnico o no, avendo tutti precipitosamente e saggiamente abbandonato, con pretesti vari, la via delle elezioni anticipate, due delle massime istituzioni preposte alla tutela dell’ordine pubblico a Milano, la Questura e la Procura della Repubblica, si stanno tirando addosso verbali e brogliacci, lacerati da un tema centrale per i milanesi come le telefonate di Berlusconi in soccorso di una (aggettivo vietato trattandosi di minorenne) tunisina di 17 anni

La lite tra Procura e Questura è centrata sul permesso dato o non dato dalla Procura per l’affido di Ruby all’ex igienista dentaria diventata consigliere regionale grazie a san Silvio Nicole Minetti. ”Ruby doveva andare in comunità”, dice la Procura; “Non è vero, la minorenne è stata affidata a Nicole Minetti con il consenso del pubblico ministero”, incalza la Questura controreplicando. Le prese di posizione sono state tre, la terza, nella serata di domenica, per ribadire, da parte del pm, che il consenso non era stato dato.

Lo scontro tra le istituzioni speriamo non troppo assorbite solo da questioni di prostitute si è riflesso anche sui due principali quotidiani italiani. Repubblica ha sempre tenuto la linea della Procura. Domenica mattina titolava: “Ecco i falsi della Questura”, lunedì mattina: “Pm dei minori: “Nessun accordo, basta bugie”. Domenica il Corriere della Sera riportava: “Il rapporto del Questore, le telefonate furono due” e teneva per quasi tutto il giorno la linea della Questura. Solo la sera l’edizione online del Corriere metteva nel titolo la nuova presa di posizione del pm, ma sempre con il controcanto della Questura: “Ruby doveva andare in comunità/ È quanto disposto dal pm di turno la notte del fermo della minorenne. La Questura: «Sull’affido ci fu accordo»”.

L’edizione del Corriere in edicola lunedì mattina prende invece le distanze dalla Questura con un articolo di Andrea Galli, il cui titolo suona così: “Il giallo dell’affido della ragazza/ C’era posto quella sera in quattro comunità: non furono contattate”.

Torniamo alla Ruby story.La marocchina al centro prima dell’ultimo scandalo made in Arcore, fatto di regali e bunga-bunga, è stata portata in Questura per furto a maggio. Sulla vicenda ci sono due versioni. Proviamo a ricostruirle.

Numero uno: ci fu una telefonata alle ore 23, sembra di Silvio Berlusconi, e Ruby fu affidata a Nicole Minetti, consigliere regionale Pdl, “con il consenso del magistrato” alle ore 2 di notte. Questo sostiene la Questura di Milano. Nel comunicato viene specificato che quella notte, tra il 27 e il 28 maggio, furono effettuati “accertamenti volti a reperire prontamente un posto disponibile presso una Comunità di accoglienza. Gli stessi durante la notte sono risultati infruttuosi. Essendo presente in Ufficio il Consigliere Regionale Minetti, veniva informato il Magistrato di turno presso il Tribunale per i Minorenni il quale, preso atto della certa identificazione della minore, acconsentiva a che la stessa fosse affidata al Consigliere Minetti. Tanto risulta anche dalle annotazioni e dagli atti inviati il 24 giugno 2010 alle AA.GG. competenti dalla Questura, con cui si dà conto dell’episodio in argomento e di altri successivi riguardanti la medesima minore. Dell’intera procedura seguita il 27 ed il 28 maggio, il Tribunale per i Minorenni di Milano da’ peraltro atto in un decreto di affidamento datato 30 giugno 2010″.

Secondo la Questura, oltre alla telefonata di Silvio Berlusconi ce ne fu una seconda: esattamente un’ora dopo la chiamata del premier al capo di gabinetto della questura di Milano, il caposcorta richiamò il funzionario di polizia. “Voleva essere informato dell’evoluzione della vicenda, chiedeva ulteriori chiarimenti. Come risulta dalla relazione di servizio trasmessa dal questore Vincenzo Indolfi al Viminale, «gli fu risposto che erano ancora in corso accertamenti, come da indicazioni provenienti dal tribunale dei minorenni»”, spiega il Corriere della Sera.

Poi c’è la ricostruzione del magistrato che di fatto smentisce e controbatte di avere disposto la collocazione in comunità. Di turno c’era il pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo e, quando Ruby venne fermata e portata in Questura,avrebbe dato disposizione affinché la ragazza venisse collocata in una comunità protetta in attesa dell’intervento del Tribunale per i minorenni.

Quella sera il pm Fiorillo, contattato più volte dalla Questura, “dispose innanzitutto di compiere accertamenti su chi fosse la ragazza, sprovvista di qualsiasi documento di identità. Documento che, nonostante le ricerche nell’appartamento che la giovane aveva detto di aver condiviso con l’amica che l’ha poi denunciata, non venne trovato. Vennero però prese le impronte di Ruby e si riuscì a risalire ai suoi dati anagrafici e a scoprire anche che il responsabile di una comunità in provincia di Messina dove doveva trovarsi, aveva denunciato la sua scomparsa. Vista la situazione il pm quella notte allora decise che la ragazza dovesse essere protetta e quindi collocata in una comunità”, fanno sapere in un comunicato all’Ansa.

Com’è andata allora? Sembra che il magistrato più tardi venne avvisato che era arrivata una telefonata con cui si avvertiva che la ragazza era la nipote di Mubarak e che sarebbe arrivato a prenderla un “consigliere ministeriale presso la presidenza del Consiglio dei Ministri”, come risulterebbe scritto negli atti.

Ma dal pm dei minori Annamaria Fiorillo è arrivata una smentita rispetto alle ricostruzioni dei quotidiani: sostiene che non diede l’autorizzazione all’affido della ragazza alla consigliera regionale Nicole Minetti. Secodo questa versione, il pm Fiorillo, contattato più volte dalla polizia, non solo non diede il via libera alla consegna della ragazza a Nicole Minetti, ma, a differenza di quanto sostenuto in una nota della Questura, non raggiunse mai alcun accordo circa l’affido della giovane alla consigliera, e non lo avrebbe raggiunto nemmeno nel caso fosse arrivata negli uffici di via Fatebenefraterlli una copia dei documenti di identità.

Secondo la tesi della Procura, al magistrato, che comunque aveva disposto la collocazione della ragazza in una struttura protetta e, qualora non ci fosse stato posto, di trattenerla in Questura, dopo l’identificazione di Ruby non sarebbe mai nemmeno arrivata una telefonata per chiederle l’autorizzazione ad affidare la minorenne alla consigliera Minetti.

Intanto le cronache registrano una giornata intensa di lavoro domenica ad Arcore per il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che sabato notte, dopo aver assistito all’incontro di calcio Milan – Juventus, ha cenato al ristorante Giannino insieme a Emilio Fede, Adriano Galliani e altre persone.

Il direttore del Tg4 racconta all’Ansa: “Oggi non l’ho sentito so che aveva intenzione di non muoversi da Arcore”. Ieri notte invece Berlusconi è rimasto alzato fino a tardi per una serata che, ha raccontato il direttore, lo ha risollevato e messo di buon umore.

”Quando è entrato al ristorante almeno 200 persone lo hanno applaudito con calore – ha riferito Fede – e nella sala vicina c’era una tavolata con numerose belle ragazze che si sono avvicinate per salutarlo”. ”Al nostro tavolo eravamo una quindicina e il presidente ha parlato soprattutto di politica”, ha riferito il direttore del Tg4. ”L’ho trovato sereno, pacato nelle sue riflessioni, ma anche molto amareggiato per come si è sentito trattato dai giornali e anche dalla televisione”.

”Per quel che riguarda me – ha poi aggiunto Fede, che è stato coinvolto nella vicenda di Ruby – sono più che tranquillo, anche se continuo a leggere di essere indagato mentre a me non risulta nulla”

Alla Cgil il timone nelle mani della Camusso

ROMA - "No, non avrei mai pensato di poter diventare il segretario generale della Cgil. E' una roba che può anche mettere il panico. Ma la Cgil è un collettivo, una grande rete. Da noi non c'è il leaderismo. Il segretario non viene nemmeno scelto al congresso. Non facciamo le primarie, noi. In Cgil c'è un'idea di responsabilità collettiva". Eccola Susanna Camusso, cinquantacinque anni, milanese, professione sindacalista. Donna. La prima a guidare il più grande sindacato italiano, nella stagione della crisi industriale più radicale. Il sindacato più rosso. L'unica organizzazione di massa social-comunista che ha attraversato il Novecento ed è entrata nel nuovo secolo senza cambiare nome e neanche missione. La Cgil è rimasta la Cgil, nel bene e nel male. Si è solo aggiornata, lentamente. Tanto che ora sceglie di essere guidata da una donna. E Susanna Camusso è profondamente intrisa di questa cultura. Da trentacinque anni la Cgil è molto più del suo lavoro. E' una militanza, di quelle un po' retrò che si vivono con passione, e che non ammettono mezze misure.

Mancano ancora due giorni alla sua elezione al vertice di Corso d'Italia, sulla poltrona che fu di Giuseppe Di Vittorio, di Luciano Lama, di Bruno Trentin, di Sergio Cofferati. Guglielmo Epifani, il primo socialista segretario generale, lascerà dopo otto anni. Camusso parla con ritrosia del suo futuro per rispetto del Direttivo che la eleggerà. Ragiona sul sindacato interrotta da decine di telefonate sul suo cellulare che suona Bob Dylan, "Blowing in the wind". Sono i "compagni" delle strutture di tutta Italia che la chiamano per aggiornala sulle vertenze della crisi e chiederle consigli. Susanna Camusso conosce anche i dettagli di tutte le ristrutturazioni aziendali. E' puntigliosa, metodica, anche un po' secchiona. Fuma una sigaretta dopo l'altra. Gli occhi color ghiaccio fissi. Sembra una lince. Si rilassa solo quando arriva la telefonata della figlia Alice, 22 anni, studentessa alla Normale di Pisa. L'altra sua grande passione.

Eppure sindacalista è diventata per caso. Dice: "Non si sceglie di fare la sindacalista. Ma poi può diventare una straordinaria avventura". Come quelle vissute in mare, al timone di una barca a vela che Susanna Camusso affitta ma non ha mai posseduto. Lei è la quarta di quattro sorelle di una famiglia piccolo borghese di sinistra. Nascono tutte a Milano, ma vivono molti anni ad Ivrea. Lorenzo Camusso lavora nella Comunità di Adriano Olivetti, la madre, Giulia, è una psicologa. "Avevamo una casa piena di libri. Leggere e studiare era normale". Come era normale, in quei primi anni Settanta, per uno studente universitario (Camusso si iscrive a Lettere antiche) incrociare la Flm, la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici. Una sigla mitica per le lotte operaie. Voleva dire Fiom, Fim e Uilm insieme, unite. Impensabile oggi nel nuovo secolo delle fratture sindacali. Camusso diventa "Susanna delle 150 ore". Si occupa del coordinamento delle ore di studio per i lavoratori meno scolarizzati. L'emancipazione operaia si fa anche così.

Negli anni Settanta Milano è ancora una città industriale. Camusso milita prima nel movimento studentesco, poi lascia l'università ed entra nella Fiom di Milano. Il capo è Antonio Pizzinato che, per una breve stagione, sarà anche segretario generale della Cgil. Ogni mattina si va in fabbrica a parlare con gli operai, a fare proselitismo. La fabbrica di Susanna è l'Ansaldo. Lì si farà le ossa. Vive gli anni di piombo così. Entra nel Psi. "Ma non sono mai stata craxiana. Ero della sinistra". Fabbriche, politica e femminismo. Perché quelli sono gli anni delle grandi battaglie per i diritti delle donne. Solo nel '93 Fausto Vigevani, primo socialista a guidare la Fiom, la chiama a Roma nella segreteria nazionale, nell'aristocrazia del sindacato di sinistra. Con la delega più prestigiosa: l'auto, cioè la Fiat, il padrone vero. A Vigevani succederà Claudio Sabattini, il teorico della Fiom "indipendente", quasi un partito del lavoro. Camusso, socialista e riformista non è dei suoi. Lo scontro tra i due sarà durissimo. Camusso viene rimossa dopo un accordo con la Fiat. Lei parlerà di "metodi stalinisti". Resta per un po' alla Fiom poi torna a Milano, prima tra gli agro-industriali, poi come numero uno della Cgil lombarda. A Roma la richiama Epifani, nel 2008. Ormai è la predestinata. E ora dovrà fare i conti con la sua Fiom e con le divisioni senza precedenti tra Cgil, Cisl e Uil. Sullo sfondo c'è la sagoma di Sergio Marchionne, l'italo-canadese che ha deciso di cambiare le relazioni industriali italiani, provocando fratture e sfidando proprio il "collettivo" della Cgil. "Servono le nuove regole sulla rappresentanza", ribatte Camusso. Inizio delle trattative.